L’amaro frutto e l’illusione dell’austerità


di Alberto Russo
Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES)
Università Politecnica delle Marche, Ancona, Italy

Il dibattito sull’effetto delle politiche di austerità in Italia, in Europa e nel resto del mondo ha messo in evidenza alcuni limiti degli interventi volti a ridurre il deficit pubblico, e quindi il debito, in rapporto al pil, attraverso i tagli alla spesa pubblica e l’aumento dell’imposizione fiscale (in particolare, sui redditi medio-bassi). Infatti, il rapporto debito pubblico/pil è in aumento in molti paesi europei (uno di quelli più in difficoltà, la Spagna, aveva livelli di indebitamento pre-crisi piuttosto bassi) e non solo. In molti, quindi, sostengono che le politiche di austerità stanno fallendo e non riusciranno a raggiungere l’obiettivo di risanare le finanze pubbliche e far ripartire il sistema economico su basi finanziariamente sostenibili.[1]

I sostenitori dell’austerità potrebbero però rispondere a questa critica facendo notare che quello che sembra un fallimento (nel breve periodo) non è altro che un “male necessario”: quando l’economia tornerà a crescere gli effetti della ristrutturazione della finanza pubblica in corso saranno finalmente visibili, con il raggiungimento del pareggio (strutturale) di bilancio e una riduzione del rapporto debito pubblico/pil. Ovviamente, sarebbe molto importante capire quanto tempo è necessario affinché l’economia si riprenda e le finanze possano così tornare in equilibrio. I sacrifici imposti dalla strategia dell’austerità potrebbero, infatti, trovare una parziale giustificazione se il raggiungimento di questo obiettivo avvenisse in un tempo abbastanza breve (resta aperto il fondamentale problema di quali fasce della popolazione debbano farsi carico dell’aggiustamento fiscale). Un processo di aggiustamento lungo implicherebbe invece un pesante deterioramento delle condizioni economiche, finanziarie e sociali. E poi, come disse Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti” (“si, ma non tutti nello stesso momento”, come notò Joan Robinson).

Se, invece, è prevedibile che le prospettive economiche non migliorino in tempi relativamente brevi, allora l’interpretazione degli effetti dell’austerità dovrebbe cambiare notevolmente: in uno scenario di crisi duratura, infatti, il funzionamento degli stabilizzatori automatici (il calo del pil riduce le entrate fiscali, l’aumento della disoccupazione richiede maggiori sussidi, etc.) e il prolungamento della strategia di austerità fiscale condurrebbero il sistema verso un circolo vizioso recessione-austerità-recessione. Questa è una dinamica già in corso, con conseguenze sociali pesanti, ad esempio in Grecia[2]. È, peraltro, in corso un’estensione ad altri paesi di questo circolo vizioso, a partire dalla “periferia” dell’area euro. In definitiva, nel caso in cui le speranze di una rapida ripresa andassero deluse, in presenza di una grave e prolungata recessione, il raggiungimento dell’obiettivo di risanamento delle finanze pubbliche (in particolare, la riduzione del rapporto debito/pil) potrebbe avvenire solo nel “lungo periodo” (ovvero potrebbe diventare un’illusione irraggiungibile in tempi ragionevoli, a meno di dichiarazioni di default o di interventi “radicali” da parte delle banche centrali)[2].

È purtroppo abbastanza verosimile che la recessione duri a lungo e che, quindi, secondo la strategia dell’austerità, nuovi interventi fiscali restrittivi saranno necessari per mettere, e poi mantenere, i conti pubblici in ordine. Anche a costo, come detto sopra, di alimentare le tendenze recessive in atto. Possiamo affermare allora che l’austerità fiscale andrà incontro ad un probabile fallimento? Credo che la risposta a questa domanda possa essere affermativa (come più volte sottolineato negli interventi di economisti del calibro di Krugman e Stiglitz), nel caso in cui l’obiettivo dell’austerità dei governi sia quello di risanare le finanze pubbliche e liberare risorse per una ripartenza del sistema economico in tempi relativamente brevi. Ciò che qui proponiamo è invece di valutare le premesse e le conseguenze delle politiche di austerità sulla base di uno o più obiettivi alternativi.

Si è parlato molto di debito pubblico e di interventi volti a ridurre il deficit del bilancio pubblico. In realtà, questo non è l’unico problema che è emerso in molti paesi europei. La crisi della zona dell’euro è caratterizzata dalla presenza di ampi squilibri delle bilance commerciali dei diversi paesi: da una parte i paesi in avanzo commerciale e, quindi, “creditori”, come la Germania; d’altra, i paesi in disavanzo commerciale e, quindi, “debitori”, come la Grecia, la Spagna e l’Italia. Come è possibile far aumentare le esportazione nette (cioè, la differenza tra esportazioni ed importazioni) dei paesi “debitori” (visto che i “creditori” non hanno intenzione di farsi, almeno in parte, carico dell’aggiustamento, ad esempio, attraverso una espansione fiscale e un aumento dei salari)? Partiamo dalle importazioni: queste sono in calo nei paesi della “periferia” dato che (come si ipotizza nella macroeconomia di base) il livello delle importazioni dipende positivamente dal reddito aggregato; dato che il pil diminuisce, segue un calo delle importazioni. Passiamo alle esportazioni: l’aumento della disoccupazione (in parallelo con la diminuzione del pil) e gli interventi orientati ad aumentare ulteriormente il grado di flessibilità del fattore lavoro nei processi di produzione, rallentano la crescita salariale e, in questo modo, consentono un contenimento dei costi di produzione (per la componente relativa al costo del lavoro) e, quindi, un guadagno di competitività, che dovrebbe promuovere le esportazioni. Inoltre, l’aumento delle imposte indirette (ad esempio, l’aumento dell’IVA) non colpisce le esportazioni, mentre scoraggia le importazioni. In definitiva, se l’obiettivo delle politiche di austerità è quello di raggiungere il pareggio nei conti con l’estero (e quindi ridurre il debito verso l’estero), allora ci sono importanti elementi a sostegno di questa strategia (sempre che l’obiettivo “esterno” sia considerato più importante di quello “interno” – cioè crescita del pil e bassa disoccupazione). Il limite principale di questo approccio è che non tutti i paesi del mondo possono diventare allo stesso tempo “esportatori netti” (cioè, a livello mondiale deve necessariamente esserci un pareggio). In Europa, ad esempio, la Germania deve rinunciare ad una parte della domanda proveniente dai paesi “debitori”. A loro volta, questi ultimi, per diventare degli esportatori netti (e quindi dei futuri creditori) avranno bisogno di domanda estera. Da questo punto di vista, la Germania e i paesi che ne seguono (più o meno volontariamente) il modello export-led, in un contesto di domanda interna stagnante, potrebbero puntare sulla domanda proveniente dai “nuovi ricchi” (ad esempio, dai ricchi dei paesi BRICS, che sono relativamente pochi rispetto alla loro popolazione, ma relativamente molti rispetto ai nostri numeri). A loro volta, però, questi paesi sono forti esportatori e potrebbero risentire delle nostre difficoltà (cioè delle nostre minori importazioni), con un rallentamento della crescita economica (che a sua volta inciderebbe negativamente sulle nostre esportazioni e così via, in un circolo vizioso internazionale). Non è detto, quindi, che la soluzione “tedesca” possa alla lunga funzionare.

Se l’obiettivo poi è quello di consentire un prolungamento della fase neoliberista, dopo il crollo finanziario degli ultimi anni e le pesanti ricadute sull’economia reale, allora la valutazione della strategia di austerità dovrebbe tener conto di ulteriori considerazioni. Infatti, la recessione e il conseguente aumento della disoccupazione (oltre a produrre una diminuzione delle importazioni), mantenendo l’aumento dei salari al di sotto di quello dei prezzi, consentono una tenuta o un aumento dei margini di profitto. Evidentemente, la compressione salariale, i tagli alla spesa pubblica e all’assistenza sociale, la riduzione del pubblico impiego, il taglio delle pensioni, etc. comportano un rallentamento dei consumi, con conseguenze negative per la domanda interna. Tale calo però potrebbe essere compensato da una maggiore domanda estera. Quindi, coerentemente con quanto detto sopra, da maggiori esportazioni. L’aumento del tasso di disoccupazione agisce come un meccanismo di “regolazione” macroeconomica, con effetti distributivi a vantaggio dei profitti. Inoltre, la maggiore flessibilità del mercato del lavoro, che accompagna le politiche fiscali restrittive, rende questo meccanismo di regolazione più efficace (con una maggiore flessibilità in uscita ed un elevato tasso di disoccupazione, la minaccia di licenziamento diventa un dispositivo di disciplina dei lavoratori sempre più efficace). Se poi all’austerità fiscale e alla flessibilità del mercato del lavoro, aggiungiamo la tendenza a fare poco o niente per ridimensionare il potere della finanza, possiamo individuare una strategia coerente con l’obiettivo di prolungare la fase neoliberista.

Su queste basi dovrebbe essere anche più chiaro perché questa strategia abbia puntato su politiche fiscali restrittive, mettendo in secondo piano (o posticipando a tempi migliori) gli interventi per la “crescita”: prima, infatti, la maggiore flessibilità del mercato del lavoro e la disoccupazione in aumento producono un peggioramento delle condizioni materiali nelle quali operano le classi lavoratrici e solo successivamente, in un quadro di costi del lavoro contenuti e di una più efficace disciplina dei lavoratori, è possibile stimolare la crescita del sistema economico, in modo che la diminuzione del tasso di disoccupazione (che produrrebbe un aumento relativo del potere di contrattazione dei lavoratori) non vada ad intaccare (in modo significativo) il tasso di profitto. Quest’ultimo, d’altra parte, costituisce la variabile principale di un’economia monetaria di produzione capitalistica. Negli anni passati, specialmente in alcuni paesi, il tasso di profitto è rimasto a livelli relativamente alti anche grazie alle operazioni condotte nel settore finanziario, oltre agli introiti derivanti dalle delocalizzazioni produttive e dalla graduale deregolamentazione dei mercati. Non è un caso, infatti, che il modello neoliberista, che ha orientato le scelte dei paesi occidentali negli ultimi decenni, abbia promosso un modello di sviluppo globalizzato e finanziariazzato, caratterizzato da tassi di crescita del pil relativamente bassi negli ultimi decenni (i paesi emergenti sono invece cresciuti a tassi molto più elevati, anche grazie ai capitali in uscita dai declinanti settori produttivi dei paesi occidentali), mentre l’espansione della finanza ha permesso una tenuta dei margini di profitto (ad esempio, con il credito al consumo e gli “effetti ricchezza” derivanti dalle bolle mobiliari ed immobiliari che hanno sostenuto la domanda aggregata), soprattutto attraverso operazioni finanziarie sempre più complesse e rischiose. Ciò che conta per l’accumulazione capitalistica è infatti l’ottenimento di elevati profitti, siano essi derivanti da investimenti nell’economia reale o il risultato di operazioni finanziarie. E la componente finanziaria del tasso di profitto delle economie avanzate ha ormai una grande rilevanza, mentre diventa sempre più difficile scindere gli aspetti reali da quelli finanziari in un contesto di “finanziarizzazione” dell’economia [4].

Per concludere, se l’obiettivo delle politiche di austerità è quello di assicurare elevati tassi di profitto attraverso la compressione dei salari e il ridimensionamento del welfare state, lasciando sostanzialmente invariata la regolamentazione finanziaria, allora la valutazione dell’efficacia degli interventi dei governi dovrebbe essere abbastanza diversa da quella basata sul semplice obiettivo di riduzione del rapporto debito pubblico/pil. Lo stesso aumento del tasso di disoccupazione, più che una conseguenza inintenzionale o un effetto collaterale delle politiche di austerità, può essere piuttosto considerato come un meccanismo di regolazione del conflitto capitale-lavoro che assicura un contenimento dei salari (mentre i governi tagliano il salario “indiretto” – cioè i sussidi e l’assistenza sociale – e “differito” – cioè le pensioni) e, quindi, segna una strada di “uscita” dalla crisi che passa attraverso un ulteriore indebolimento delle classi lavoratrici. Che poi questa strategia possa funzionare è tutt’altro discorso. Anzi, a nostro avviso, questa strategia lascia irrisolti i problemi di fondo dell’economia mondiale – dalla forte disuguaglianza all’instabilità finanziaria – creando le basi per la crisi prossima ventura. [5]

[1] Inoltre, la recente revisione delle stime dei “moltiplicatori fiscali” fornita dal Fondo Monetario Internazionale (dalle “vecchie” stime di circa 0.5 alle “nuove” stime che presentano valori del moltiplicatore fino a 1.7) suggeriscono che le politiche fiscali restrittive hanno avuto e stanno avendo un impatto recessivo molto più forte di quello ipotizzato in precedenza.
[2] “Life in Greece has been turned on its head since the debt crisis took hold. But in few areas has the change been more striking than in health care. Until recently, Greece had a typical European health system, with employers and individuals contributing to a fund that with government assistance financed universal care. People who lost their jobs received health care and unemployment benefits for a year, but were still treated by hospitals if they could not afford to pay even after the benefits expired. Things changed in July 2011, when Greece signed a supplemental loan agreement with international lenders to ward off financial collapse. Now, as stipulated in the deal, Greeks must pay all costs out of pocket after their benefits expire.” Liz Alderman, New York Times, 24 ottobre 2012.
[3] “Will central banks cancel government debts?”, Gavyn Davies, Financial Times, 14 ottobre 2012.
[4] Inoltre, il necessario ridimensionamento del potere della finanza, difficilmente potrà avvenire in assenza di una nuova fase di sviluppo – investimenti in infrastrutture, scuola, ricerca e sviluppo, riconversione ecologica e risparmio energetico, etc. – che consenta un aumento del tasso di profitto dell’economia reale. Si veda anche Russo A. (2011), “La crisi neoliberista e un nuovo modello di sviluppo”, Economia e Politica, rivista online di critica della politica economica (30 novembre 2011).
[5] Per una discussione sulle cause della crisi e sui suoi possibili sviluppi, si veda Russo A. (2012), “La crisi, le sue origini e il prossimo futuro”, Critica Marxista, N.5 (settembre/ottobre), pp. 40-48.

Alberto Russo
Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES)
Università Politecnica delle Marche, Ancona, Italy

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