I Mandorli


Personalmente non ho sentito parlare di crisi fino agli anni ’70 del secolo scorso. Non ne ho sentito parlare perché la crisi non c’era. Si dice che negli anni ’60 ci sia stato il boom economico e sarà sicuramente vero, io so solo che ero giovane e felice.
Dove abitavo io, fino ad allora, c’era la povertà, ma io non lo sapevo. Non lo sapevo io e non lo sapevano i miei compagni , è per quello che ero felice.
Forse solo gli adulti se ne rendevano conto, visto che emigravano quasi tutti in Germania.
Noi bambini, tutti, abitavamo in case con al massimo tre vani, senza bagno. Non chiedetevi in che modo supplivamo a questa mancanza, in qualche modo ci riuscivamo. Ma neanche di questa enorme difficoltà eravamo consapevoli, era così e basta.
Ricordo come le persone si ingegnassero per trovare soluzioni alle difficoltà quotidiane.
Ricordo un bellissimo vestito di seta “con i fiori non ancora appassiti” di mia madre che diventò un bellissimo vestito per me ed uno per mia sorella, ho anche la foto. Ricordo pantaloni di mio padre, che mia madre, con le sue abili mani trasformava in piccoli pantaloni per i miei fratelli. Ricordo mia madre che risuolava le scarpe con martello semigge e forma di ferro, come una vera calzolaia.
Ricordo le chiocce con i pulcini al seguito, conigli in gabbia foraggiati con erba raccolta nei prati, maiali grugnanti nelle stalle che a dicembre diventavano prosciutti, salsicce, lardo e fegatelli.
Detta così sembra che vivessimo nel paese del bengodi, non è così. L’anno dura 365 giorni e, queste cose, al massimo si mangiavano nelle feste, ma anche gli altri giorni avevamo cibo a sufficienza.
Ora so che la conoscenza genera il bisogno, è una delle regole della pubblicità. Allora eravamo ignari della nostra condizione di povertà, ignari e felici.
Il cibo non mancava, mancavano tutte le altre cose. Per cucinare bisognava accendere il fuoco, per accendere il fuoco bisognava a “fare” la legna, per bere bisognava prendere l’acqua alla fontana con la conca, per fare il bucato bisognava andare in un’altra fontana, che distava parecchie centinaia di metri dalle nostre case, e così via. Tutto era fatica, lavoro, sacrificio.
Eppure non ho mai sentito nessuno lamentarsi o dire “sono stressato”.
Per rallegrarci avevamo la radio, poi negli anni 60 arrivò la televisione, l’acqua in casa, i bagni.
Ogni cosa che arrivava recava gioia, alleviava fatiche e……… creava bisogni.
Da allora è stato un crescendo, con il passare del tempo una marea di cose ci sono diventate indispensabili, abbiamo iniziato a credere che senza di esse la vita fosse indegna di essere vissuta.
Pensiamo al telefono, allora c’era un posto pubblico con un unico telefono, poi tutti avemmo il telefono in casa, poi arrivò il telefonino, senza il quale, adesso,ci sentiremmo persi.
I produttori di beni e servizi, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, con la pubblicità martellante e altamente ingannevole, hanno generato tali e tanti bisogni ,che adesso rinunciare, anche solo ad una cosa stupida, ci sembra un enorme sacrificio.
Ricordo che già con la crisi del petrolio negli anni ’70 ci fu la prima consapevolezza di ciò che avremmo dovuto aspettarci.
Ricordo innumerevoli “autunni caldi”, ma niente sembrava preoccuparci. Stavamo ballando nel salone delle feste del Titanic mentre la nave lentamente affondava e continuavamo a ballare felici.
Adesso l’acqua ce l’abbiamo alla gola , la politica sembra aver fallito la sua missione, i tecnici martellano dove trovano i punti più teneri e noi attoniti seguiamo tutti i talk shows e i telegiornali, con persone che parlano a vanvera dando l’impressione di avere un bel niente da dire.
Crisi, eravamo talmente abituati a questa parola che ormai avevamo perso di vista il suo significato più vero. Adesso ci siamo svegliati e ci manca l’aria. Annaspiamo nel tentativo di aggrapparci a qualcosa che ci sorregga, ci aiuti e troviamo il vuoto!
Intanto, chi può fugge via, altri si suicidano, incapaci di affrontare il fallimento dei loro sogni.
La maggior parte di noi rimane inerte in attesa della prossima tegola che, inevitabilmente, arriverà tra capo e collo. Solo alcuni cercano soluzioni alternative sapendo che niente e nessuno, se non loro stessi, arriverà a tirarli fuori dalle acque limacciose.
Ritornare a fare le cose che si facevano in passato, quando questa euforia collettiva era lungi dal manifestarsi, sembra inverosimile e, comunque, anche volendo, molte cose sono cambiate:
il clima con le stagioni impazzite, le leggi, i costumi, le abitudini.
Una volta queste lande, ora incolte e desolate ,erano piene di mandorli che producevano ricchezza,
Tornare indietro al tempo in cui i mandorli oltre ad essere una gioia per la vista erano una risorsa per i contadini, sarebbe bello ed opportuno. Ma i mandorli sono invecchiati, i loro tronchi sono scavati, contorti, sofferenti. I rami si spezzano, cadono e rimangono lì, tra l’erba alta che nessuno più taglia, in attesa di un inevitabile incendio che una folata di vento alimenterà riducendo tutto in cenere.

Maria Felicita Luce
http://ricettesulfilodilana.wordpress.com/
Foto di Michele Saullo

  1. marilena

    Bello, bellissimo ,vero ed emozionante articolo…Complimenti!!!! Marilena

  2. Federica

    In questo articolo ci sono cose vere e altre assolutamente false. Io vengo dal mondo contadino post-anni 60 (ho 43 anni e sono nata in quella che una volta si poteva definire campagna, tra campi, aie e vacche) ma mio padre, i miei nonni e decine e decine di persone che ho conosciuto e che vengono dalla vita rurale non rimpiangono affatto i “bei vecchi tempi” quando si faceva tutto a mano (in particolare le donne, anche e soprattutto per questioni di mentalità). C’erano anche allora i contadini ricchi e i contadini poveri; i contadini poveri si facevano la guerra per qualsiasi cosa (prima fra tutte l’acqua della famosa fontana che citi tu) ed erano costretti a vivere tutti insieme nei casoni anche se i rapporti famigliari erano spesso tesi (o di pura sopportazione). I contadini ricchi avevano più terra e già negli anni ’50 esistevano i padronati (preludio delle fabbriche, funzionavano allo stesso modo) in cui andavano le donne delle famiglie povere a lavorare in condizioni disumane e lì spesso morivano anche (giovani e malate: ci sono tonnellate di testimonianze storiche nei musei, nonchè anziane sopravvissute o più fortunate che te lo possono ancora raccontare). I contadini ricchi erano anche proprietari di macine e mulini per il cui uso si facevano pagare e così via in tutta una serie di abusi di potere che è vecchia come il mondo. Io credo che il vero problema sia qui, cioè le gerarchie di potere che nella storia hanno sempre sfruttato qualcun altro per il proprio tornaconto. Le fabbriche in realtà non hanno sconvolto quasi niente, a livello di struttura economica. Non credo che se non ci fossimo fatti docce e lavatrici avremmo salvaguardato l’abbondanza dei frutti come i mandorli, piuttosto è stato il modo in cui ha agito l’industria ad essere distruttivo. Il bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita e inventare soluzioni nuove è connaturato all’essere umano (si chiama creatività); ma pensa se invece di fare fabbriche per produrre un sacco di pezzi in più (ovvero oltre il reale fabbisogno della comunità, tra l’altro ti ricordo che il commercio internazionale è antichissimo ed è sempre stato in mano ai soliti noti -ricchi e potenti-, anche questa è storia vecchia), fossero state usate come laboratori per creare vero benessere collettivo senza surplus, magari in modo più pulito e rispettoso dell’ambiente e della salute. Credo che sia questo che va ripensato. Equità nel poter usufruire del “benessere”, rispetto nel produrlo ed eliminazione delle gerarchie economiche che da secoli asservono gli altri per godersene i profitti, danneggiando sia la Terra che i suoi abitanti. Comunque grazie per gli spunti di riflessione in questo blog.

  3. ciao Federica,
    ho letto il tuo commento più di una volta e l’unica cosa che ti contesto è l’uso della parola “false”. E’ chiaro che io ho raccontato quale era la mia infanzia e di come si viveva dove io abitavo.
    Molte delle cose che tu scrivi e dalle quali traspare una certa sofferenza al ricordo del passato, io magari le ho vissute diversamente o con spirito diverso. Io ricordo una grande luminosità pur nella povertà. Ricordo solidarietà, ricordo anche cattiverie, litigi ed altro ma questi ultimi non ricordo una sola volta che non siano stati ricomposti in qualche maniera. Non era l’Eden. Era un posto dove la vita scorreva secondo ritmi antichi, faticosi, ma nella fatica ricordo gioia, canti, feste, giochi. Si moriva per malattie che ora reputiamo curabili. Ma ho visto poche persone morire di cancro, oggi assisto ad un’ecatombe che mi lascia sgomenta. Abbiamo di più e non ci basta, allora non avevamo niente e ci sembrava di possedere il mondo. Forse era ignoranza ma c’era la speranza del miglioramento. Abitavamo in sette in due stanze e non ci sentivamo ne stretti ne costretti, oggi c’è gente costretta a vivere ancora in due stanze nonostante il progresso, quando non sono costretti a vivere per strada. Non so, io ti dico francamente che fatte salve alcune cose come l’acqua in casa e i servizi igienici, per tutto il resto tornerei volentieri indietro. Ti ripeto forse io, bambina degli anni 50, non ho vissuto proprio i tempi neri del dopo terremoto del 15 (trentamila morti) o durante la guerra, ma dai racconti dei miei nonni e di mia madre ho un’idea di quei tempi e la cosa che mancava in quei racconti era la disperazione, quella che vedo nei volti di molti intorno a me adesso. Non sono contro il progresso ci mancherebbe, ma nel tempo ho capito che l’dea di benessere non sempre è legata al concetto di progresso come lo intende questa parte del mondo e che il cosiddetto progresso può anche essere fonte di isolamento e soprattutto di solitudine. Grazie comunque per aver commentato.
    P.S. ad un certo punto parli di abusi da parte dei padroni …. mi dispiace ma qui si apre un capitolo troppo lungo ti vorrei aggiornare su certi soprusi dei giorni nostri ma sarebbe troppo lungo, forse ci scriverò su un altro post. Continua a seguirci!!!

  4. Federica

    Ciao Maria Felicita, mi sono lasciata trasportare e invece della parola “false” avrei dovuto scrivere inesatte, aggiungendo “relativamente ad un certo tipo di realtà contadina tipica del Nord”, in cui davvero i più poveri non potevano permettersi nemmeno le scarpe e i bambini lavoravano per aiutare la famiglia già dalle elementari (alzandosi alle cinque di mattina), senza dimenticare quanti hanno patito la fame, quella vera da un pasto al giorno (se c’era). Mi par di capire che tu sei cresciuta o al Centro o al Sud e lì sicuramente la mentalità è diversa (forse c’era anche meno miseria per qualche motivo?). Inoltre sì, la storia delle gerarchie è vecchia e lunga! … Però, almeno dalle mie parti, aveva molto peso e il famoso “miracolo del Nord-Est” non è venuto fuori da un contesto armonioso e sereno come quello che descrivi tu. Grazie per aver risposto, temevo di aver scritto un commento troppo “forte” …

  5. Non ti preoccupare il commento non era troppo forte, ho capito cosa hai voluto dire. Si forse la realtà da noi era un po’ diversa. Sebbene la povertà non mancasse ed a volte anche la miseria,anche qui l’emigrazione ha avuto un’espressione forte: Si viveva in una piccola realtà dove tutti si aiutavano e pur con tutti i problemi, la sopravvivenza delle famiglie era affidata alla solidarietà della comunità. o forse i racconti intorno al focolare ascoltati da piccola dalla bocca affabulatrice di mia madre, mi hanno trasmesso questa nostalgia di una realtà che forse è stata anche diversa. Io sono nata negli anni 50 e ricordo la mia infanzia come un mondo sereno seppure pieno di difficoltà. Ciao!

  6. Federica

    Eccomi di nuovo, dopo un pò di ricerche (a dire il vero con fonti limitate, discordanti e a volte “di parte”) su come sono andate le cose (la storia insomma). Mi sono innamorata del tuo articolo, io sono una sognatrice (da sempre fuori posto…) che si accorge ogni giorno di quante cose si stiano muovendo in Italia (in senso costruttivo, di cambiamenti creativi) tranne che qui nel Nord Est; o meglio, si tratta di cambiamenti su tracciati diversi. Io credo nel recupero di un’economia circolare e da quel poco che sono riuscita a mettere insieme sulla cultura rurale, in generale al centro Italia è sempre esistita mentre al Nord no, non nel senso di “comunità” (dove ognuno poteva avere il proprio orticello/giardino, che bene o male faceva campare dignitosamente), perchè le differenze sociali qui sono sempre state molto forti e ciò ha avuto un peso enorme su certe categorie (specialmente gli artigiani che erano i più poveri) in cui la miseria è diventata spessissimo anche morale. Inoltre mi accorgo che persino l’amore tra uomo e donna, la cosa più naturale del mondo, qui è sempre stato molto più difficile, poco libero, socialmente non approvato e assoggettato all’opportunismo (monetario e di prestigio; contrariamente a quanto si crede, il Nord è molto più maschilista e reazionario del Sud quanto a religione e tradizioni soffocanti -non per niente esisteva il patriarcato-, anche questo ha contribuito a dividere le persone “di una volta” da quelle “moderne”). Quel che avverto intorno a me è appunto paura, tanta paura. Comunque spero di riuscire a crearmi in qualche modo un angolo di paradiso, meglio con altri in sintonia, dove poter avere una vita di qualità migliore, di bellezza, di amore, di ritmi sani, senza spauracchi!!! Ah già, con la lavatrice (rinuncerei a tutto tranne quella, foss’anche a pedali :))

  7. Maria Felicita Luce

    No la lavatrice no!! Quella penso sia stata la cosa più gradita tra tutte le novità da parte di mia madre. La lavatrice e l’acqua in casa. Altrimenti si doveva andare alla Fonte Abballe, dove per abballe si intendeva il paese di sotto lontano un km circa, in discesa all’andata, in salita al ritorno e con, sulla testa in bilico, una bagnarola di zinco piena di panni lavati, bagnati e pesanti. Che ricordi! Rivedo mia madre incinta di due gemelli che affronta la salita con la bagnarola sulla testa e noi a seguirla saltellando. Su questa fontana e su quello che succedeva mentre le donne lavavano i panni si potrebbe scrivere un libro e sarebbe un libro divertente! Ma forse tu hai ragione, la vita era durissima, chi lo farebbe oggi? Eppure non ho mai sentito mia madre, che pure si lamentava molto di tante cose, dire che quei tempi fossero duri. Mah! Anche mia madre era una romantica sognatrice, forse esserlo aiuta!!

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