Austerità?


La disoccupazione è in aumento in Italia e in molti altri paesi. Nel frattempo le politiche fiscali restrittive, che i governi stanno implementando al fine di riequilibrare le finanze pubbliche, aggravano le tendenze recessive in atto. Molti economisti e commentatori sostengono che l’“austerità” sia la soluzione ai mali dell’area Euro: il contenimento dei deficit (magari il pareggio di bilancio) e dei debiti pubblici dovrebbe ridurre lo spread sui titoli pubblici dei “paesi periferici” rispetto a quelli del “centro” (in particolare, la Germania), mitigando l’instabilità finanziaria e liberando risorse per spese pubbliche che non siano il pagamento degli interessi sul debito. Altri ritengono che le politiche restrittive non raggiungeranno questi obiettivi, poiché il deterioramento della situazione economica induce un peggioramento dei conti pubblici. Ci sono, quindi, pareri discordanti sulle politiche economiche da intraprendere per contrastare gli effetti della crisi (che verosimilmente poggiano su interpretazioni diverse delle sue cause).
A nostro avviso (Russo A., “La crisi neoliberista e un nuovo modello di sviluppo”, http://www.economiaepolitica.it, 30 novembre 2011), al di là delle difficoltà di porre rimedio al dissesto delle finanze pubbliche mediante politiche restrittive, le politiche di austerità possono essere interpretate come la conseguenza delle crepe che si sono aperte nella fase neoliberista di accumulazione capitalistica. Queste hanno, cioè, l’obiettivo di posticiparne l’epilogo, assicurando elevati rendimenti al capitale finanziario, mentre il problema della sostenibilità delle finanze pubbliche viene procrastinato di manovra in manovra (richiedendo sempre più sacrifici a larga parte della popolazione per salvare i paesi dal fallimento), e un’ulteriore riduzione delle “rigidità” del mercato del lavoro (e il contenimento dei salari) dovrebbe assicurare una tenuta dei margini di profitto e lasciare libertà al capitale di indirizzarsi verso altri luoghi produttivi (ad esempio, i paesi emergenti) o, ancora, verso la finanza. In questo modo, però, la durata della fase critica si allunga ma i problemi di fondo restano irrisolti.

Alberto Russo
Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES)
Università Politecnica delle Marche, Ancona (Italy)

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