Baratto, dono e solidarietà

A sentirlo adesso sembra che si parli di chissà quale epoca passata, sono passati invece, solo pochi decenni.
Pochi decenni che valgono quasi quanto un’era geologica, perché, a raccontarlo, senza riferimenti temporali, si potrebbe pensare che si possa trattare anche dei primi secoli della nostra storia.
La prima forma di commercio, come ben sappiamo, si basava sul baratto. Io ti cedo una parte di quello che posseggo in beni o servizi, e tu mi cedi una parte di quello che hai in beni o servizi.
Le cose, nel mio paese, ma anche in altri luoghi, non erano molto diverse ancora pochi anni fa.
Ricordo mia madre che mi porge una spara (canovaccio) con i quattro angoli annodati insieme, contenente una qualche granaglia e che mi dice : “ tieni, vai da Domenica, fatti pesare questo grano e compra due etti di conserva (oppure di zucchero o pasta o qualsiasi altra cosa)” ed io andavo.
Domenica, era la titolare della Bottega un emporio dove si vendeva di tutto, dalla pasta sfusa al filo da ricamo. Qualsiasi cosa servisse, Domenica ce l’aveva.
Domenica non era la sola in paese, esistevano altri luoghi simili; c’era il negozio della Monaca e quello di Giggio de Peppa, erano tutti simili e tutti usavano gli stessi metodi: merci in cambio di merci.
Ricordo grandi sacchi di juta aperti, contenenti grano, granturco, lenticchie, fagioli. Tutto veniva barattato.
Il grano ed il granturco, quando erano in grandi quantità, si misuravano con la coppetta (recipente di legno cilindrico a doghe verticali tenute insieme da cerchi di ferro).
La coppetta era l’unità di misura anche per i mezzadri, i quali, calcolavano il corrispettivo di raccolto da dare al proprietario della terra, in coppette. Se non ricordo male, due coppette a chi coltivava e una al proprietario terriero, ma sul numero potrei sbagliarmi
La terra si misurava in coppe ed il raccolto in coppette.
Le piccole quantità, invece, Domenica le pesava con la stadera. La stadera, tipica bilancia di ferro con un piatto concavo, tenuto su da catenelle, con un braccio lungo millesimato e con peso a forma di pera che, al raggiungimento della quantità giusta, rimaneva in equilibrio perfetto.
A seconda del peso e di quello che ti serviva, capitava a volte, che ricevessimo anche dei soldini di resto, le mitiche 10 lire con la cornucopia impressa sopra, con le quali potevamo comprare, dai vasi di vetro messi in bella mostra sul bancone, 10 pasticche di menta, bianche quelle con la stella sopra o verdi, le simil saila gommose e dalla tipica forma a cappello di gnomo e ricoperte di zucchero.
Poi, tornando verso casa, mangiavamo anche un pezzo di conserva, rossa e saporita!
Il sistema del baratto, era tanto consolidato che persino noi bimbi ne eravamo coinvolti. Recuperavamo di tutto: spigolavamo nei campi dopo la mietitura facendo grandi mazzi di spighe dorate, raccoglievamo le mandorle dopo la battitura nelle cottorelle di latta (contenitori usati della conserva di pomodoro di 5 o 10 Kg), cercavamo le noci, le nocchie (nocciole) sulle colline circostanti, qualsiasi cosa potesse servire al baratto o alla sussistenza, noi la recuperavamo.
Quando Milio, sul finire dell’estate, arrivava con il suo trabiccolo scoppiettante per sgranare le mazzocche (pannocchie di granturco), noi bimbi, affumicati dal fumo del tubo di scappamento e assordati dal rumore di mitragliatrice, tipico della macchinetta sgranatrice, aspettavamo, ansiosi, che avesse finito il suo lavoro, per fiondarci tra gli sturzi (torsoli) delle pannocchie e raggranellare i chicchi rimasti. Quando ne avevamo raccolti un bel po’, a volte anche qualche chilo, aspettavamo che arrivasse il fruttivendolo con la sua Apetta. Il fruttivendolo lo chiamavamo “Gioventù” perchè quando arrivava questo era il suo richiamo urlato nel megafono a trombone, “Gioventù!!!!”
Il piccolo rimorchio dell’Apetta si presentava, ai nostri occhi, colmo di pesche succose, pere lussuriose e grappoli d’uva dorati dai grossi chicchi turgidi e luminosi. Noi barattavamo il nostro granturco, con qualcuna di queste leccornie, che, all’epoca, non erano così facilmente reperibili.
Ricordo il succo dolce, gustoso e appiccicoso dei frutti che ci scendeva nella gola e lungo il mento nero di sole e di polvere, mentre scacciavamo nugoli di vespe ronzanti attratte dal profumo della frutta matura.
Il dono, invece, non era molto praticato.
Il dono era “pane che si presta” e veniva restituito sotto altra forma, prima o poi. Non che ci fosse molto da donare, si donava qualche giornata di lavoro nei campi, una torta in caso di festa, un bottiglione di vino, ma era tutta roba che tornava indietro al momento giusto, come fosse, appunto, un prestito.
Ma se capitavi, ad ora di pranzo, a casa di qualcuno, di sicuro era un’offesa se non “favorivi”.
Ti sedevi e dividevi il pasto, anche frugale, con tutta la famiglia, oppure, accettavi un bicchiere di vino. L’offerta, talvolta, era talmente insistente che l’ospite, pur di non offendere, si sedeva e favoriva, anche se non gli andava.

Ricordo, però, anche momenti drammatici, quando non si aveva niente da barattare e andavi alla bottega con la libretta dove Domenica segnava tutti i tuoi debiti nella speranza che, prima o poi, saresti tornato a saldare tutto o a barattare qualcosa.
Anche mio padre ad un certo punto degli anni 60, con 5 figli da sfamare, aprì una bottega.
Anche da noi venivano con il grano ed altre merci che mio padre pesava diligentemente.
Ricordo che molti venivano solo con la libretta che, quando diventava particolarmente pesante, si trasformava in cambialuccia sempre rinnovata alla scadenza e, che alla fine, mio padre ritirava con i soldi presi a prestito da Peppone, lo strozzino del paese.
Questa cosa non si chiamava più baratto, si chiamava solidarietà, perchè il cibo non si negava a nessuno, soprattutto se quelle famiglie erano famiglie con numerose bocche da sfamare.
Solo che mio padre, a forza di solidarietà, si ridusse quasi in rovina e dovette chiudere bottega.
Perchè si sa, con la solidarietà non ci si arricchisce, ma mio padre che ne sapeva? Mica era un tecnico!

Maria Felicita Luce (http://ricettesulfilodilana.wordpress.com/)

Foto di Michele Saullo

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