La questione è complessa

Questa crisi presenta alcuni aspetti controversi e non vi è quindi condivisione su come vada affrontata. Inoltre, molti economisti si sono focalizzati su un singolo elemento e hanno dunque elaborato ricette troppo semplificate, che “sistemano” quel singolo fattore per far ripartire l’economia e l’occupazione, non avendo compreso la complessità della crisi con le sue molteplici cause e le loro interconnessioni.
La mia opinione è che le molteplici cause siano raggruppabili in tre macrogruppi: reali, finanziarie ed ambientali. All’interno delle cause reali vorrei focalizzarmi sui crescenti squilibri sociali (accresciuti dagli squilibri nelle bilance dei pagamenti tra nazioni, ma questo è già un altro problema!). Questi si basano sull’assunto che il fine dell’attività economica sia la massimizzazione del profitto. Tutte le volte che si massimizza il profitto per qualcuno, si tagliano i costi, che sono guadagni di altri. In ambito politico questo ha portato all’affermazione delle politiche neoliberiste di deregolamentazione, iniziate a partire dagli anni ’70-’80. I dati dell’OCSE mostrano come, da metà anni ’80, ci sia un aumento dell’indice di Gini in moltissime nazioni sviluppate, a conferma dell’accresciuto divario tra i più ricchi e i più poveri. Ma il dato diventa molto più rilevante se si analizza la parte più ricca della popolazione. Ad esempio, se si prendono dal sito http://emlab.berkeley.edu/users/saez/ i dati degli U.S. sviluppati da due economisti (Piketty e Saez), si nota come l’aumento del reddito si sia incentrato soprattutto nell’1% più ricco della popolazione (e i movimenti che si battono contro la spropositata ricchezza di questo 1% hanno ben messo in luce questa problematica). Si è invertito il trend che tra gli anni ’40 e gli anni ’70 aveva visto il 99% più povero ridurre la disuguaglianza e si è tornati a livelli di squilibrio similari a quelli degli anni ’30 (altro periodo di grave crisi). La sproporzione è sempre più evidente più si restringe l’attenzione concentrandosi, ad esempio, sullo 0,01% della popolazione o sui manager più pagati: nel 1970 la remunerazione media dei 10 amministratori delegati più pagati era di 1.939.056$ (valore depurato dell’inflazione dei successivi 35 anni), mentre nel 2006 era di 104.873.895$ (+5308,5% in termini reali in 36 anni); d’altra parte nel 1970 il salario medio negli U.S. era di 39.412$, mentre nel 2005 era di 49.501$ (+25,6% in 35 anni). Nel 1970 il rapporto era di 50 a 1, nel 2006 maggiore di 2100 a 1. E’ evidente che il “libero mercato” non può essere pienamente in grado di valutare la reale produttività e il valore che ogni singolo individuo apporta (si pensi all’acquisto di un calciatore strapagato che si dimostra poi fuori forma, o non all’altezza o si infortuna dopo poche partite). In questo contesto di limitata razionalità, occorre porre dei vincoli sulle disuguaglianze, che le riportino a livelli tollerabili, magari semplicemente alzando (ampiamente) l’aliquota fiscale applicata alla fascia di reddito più elevata e applicando tasse patrimoniali. Gli squilibri reddituali, infatti, si accompagnano agli squilibri sui patrimoni. Queste disuguaglianze, pur essendo già enormi all’interno di una nazione ricca come gli U.S., diventano insostenibili a livello internazionale, come scritto da Jason Nickel: le 3 persone più ricche della terra possiedono la stessa ricchezza di tutte le nazioni a minor sviluppo, cioè di 600 milioni di persone.
Gli squilibri hanno destabilizzato il sistema perché si legano al debito: negli ultimi 15 anni per mantenere vivo il consumistico sistema occidentale e i profitti alti, nonostante la scarsa distribuzione della ricchezza verso le fasce meno ricche e quindi più propense a consumare una larga parte del proprio reddito, sono serviti i debiti contratti dal ceto medio-basso (soprattutto tramite i mutui sulle case e il debito al consumo) e dagli Stati. Inoltre, dato che tutte le volte che c’è un debito, c’è anche un credito, gli squilibri hanno rafforzato oltremodo il sistema finanziario che, da un lato, ha cercato e cerca di impiegare le ricchezze accumulate da alcuni spostandole velocemente e, dall’altro lato, ha foraggiato (ora non più) i debitori che hanno tenuto forzosamente in vita il sistema. Ma qui già stiamo passando all’ interconnessione tra le cause reali e quelle finanziarie…

Luca Riccetti
Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES)
Università Politecnica delle Marche, Ancona (Italy)

Riferimenti:

  • Thomas Piketty and Emmanuel Saez, “Income inequality in the United States, 1913-1998”, THE QUARTERLY JOURNAL OF ECONOMICS, Vol. CXVIII, Febbraio 2003, n°1.
  • Jason Hickel, “A Short History of Neoliberalism (And How We Can Fix It)”.

  1. Eccellente articolo,
    evidenzia in modo definito la crisi del modello economico neoliberista ed evidenzia oltremodo la necessità impellente di politiche economiche e sociali compensarorie.

    Questa necessità appare impellente considerando il divario consistente tra i redditi europei (e del primo mondo in genere) e i paesi emergenti (quali cina e india, sud-est asiatico, alcuni paesi africani e, più vicino, alcuni paesi europei) e considerando le similitudini sul piano produttivo di questi paesi con il primo mondo.

    In soldoni, il valore aggiunto percepito dall’acquirente di beni o servizi europei non è più tale da giustificare la scelta di prodotti europei nei confronti di quello provenienti con costo del lavoro nettamente inferiore.

    Questo induce a ipotizzare che a breve o ci sarà un forte ridimensionamento del redditto medio degli abitanti del primo mondo o la necessità di trovare nuove soluzioni per mantenere un gap competitivo con i prodotti dei paesi emergenti.

    • Luca Riccetti

      Grazie per l’apprezzamento. Concordo con quanto dice. Credo che ci sia la necessità di estendere l’analisi degli squilibri a livello globale (come già accennato in questo post parlando delle bilance dei pagamenti tra nazioni). Spero di farlo a breve in un altro post, nell’ottica di allargare mano a mano la discussione ai vari aspetti della crisi.

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