Quando Berta filava

Si dice, per dire di un tempo lontano, perduto nella
notte dei tempi e che presumibilmente non tornerà più “ quando Berta
filava”.
Berta filava, ma filava anche Lisa, Maria, Giovanna, tutte
filavano, filavano, tessevano, ricamavano, cucivano, lavoravano a
maglia. Tutte, qualsiasi nome avessero. Persino gli uomini, in inverno, nei momenti di ozio forzato, lavoravano a maglia. Facevano le calze con i quattro ferri appuntiti, seduti davanti alle loro case, scaldati da un sole pallido e con i piedi affondati nella neve o nelle lunghe e nere notti gelide, vicino al camino, mentre raccontavano ai nipoti tetre storie di streghe, fantasmi e briganti.
Berta filava, ma prima aveva piantato la canapa, l’aveva raccolta in grandi fascine e l’aveva lasciata a dilavarsi nella corrente del fiume Salto. Aveva poi battuto le fibre fino a liberarle dalle scorie e una volta pulite le aveva, appunto, filate per ricavarne un tessuto grezzo e pesante, di un bianco sporco, che sarebbe poi diventato, lenzuola e cuscini per i ruvidi letti contadini.
Con la lana delle pecore, succedeva più o meno la stessa cosa. Veniva lavata, fatta asciugare, dipanata fino a togliere tutti i residui pungenti, resa soffice e poi filata.
Ricordo come un sogno, mia nonna Cleonice, con un lungo vestito scuro, con il grembiule nero e il fazzoletto in testa, intenta a filare con il fuso e la conocchia, sottili fili di lana che uscivano dalle sue tasche come per magia.
Ricordo ancora, le pesanti maglie “intime” di lana grezza, lavorate ai ferri ed indossate sulla pelle nuda, dagli uomini. Dopo qualche lavaggio ingiallivano ed infeltrivano ma si continuava a portarle lo stesso. Non oso immaginare il prurito che quelle persone dovevano patire, l’alternativa era, però, morire per il freddo!
Ho imparato a lavorare a maglia a sei anni, a ricamare anche prima, lavori sbilenchi che divertivano mia madre e che erano il mio orgoglio!
Mia madre, ragazza degli anni 40, ma d’altronde tutte le ragazze di quegli anni, e persino durante la guerra, aveva un’eleganza squisita, tutta fatta a mano.
Mio nonno Michele, che faceva il falegname, fabbricò a quei tempi,
innumerevoli paia di scarpe femminili, con alte zeppe di legno e con
tomaie dai più svariati colori. Le gonne a ruota e le camicette di
cotone e lino ricamate a mano, uscivano, invece, dalla fantasia delle
sartine di paese.
Punto smock per lo sprone dei vestiti, punto erba, punto pieno, sfilato siciliano per le camicette. Pazienza, ingegno e fantasia e, da un pezzo di tela, usciva fuori un capolavoro.
Fino agli anni 60, queste sartine ebbero molta fortuna nei paesi come il mio, ma anche nelle città più grandi.
Mi rivedo la domenica in chiesa, incantata, gli occhi enormi sgranati, nel mio vestitino bianco, morire d’invidia per quelle ragazze più grandi, vestite con bellissimi vestiti colorati, stretti in vita e fluttuanti o tubini rigorosamente lunghi fino al ginocchio e senza maniche. Gli occhi truccati con ombretti azzurri e la riga nera, tacchi a spillo, alti: come le invidiavo!
Volevo crescere immediatamente, essere come loro.
Le sartine, nel paese ce n’erano parecchie e tutte erano piene di lavoro. Alcune erano giovani, altre più anziane, ma tutte erano le maghe dai magici poteri che avrebbero trasformato la nostra fantasia in realtà. Si sceglieva la stoffa, preziosa: cotonina leggera, lino, seta, piquet e chiffon per l’estate, lana o altra stoffa pesante per l’inverno.
Lidia, viveva in una casa di altri tempi piena di atmosfere misteriose. La porta incastonata in un arco di pietra intagliata, affacciava sulla piazza della Chiesa. Si salivano delle ripide scalette consumate dai passi di innumerevoli persone e già sulle scale, sentivi il ticchettio ritmato della macchina da cucire. Si bussava e ti accoglieva questa donnina minuta, di un’età indefinibile, insieme all’odore, lievemente acre, dell’olio lubrificante che usava per la vecchia Singer in attesa in un angolo vicino alla finestra. Viveva, Lidia, insieme alla madre che da tempo immemorabile non usciva più di casa. Una vecchia vestita di nero, rannicchiata vicino al camino, d’estate e d’inverno, pallida, triste e silenziosa. La stanza era enorme, piena di ombre, calda nella stagione fredda, molto fresca nella stagione calda.
Portavamo il nostro fagotto prezioso, avvolto ancora nella carta del negozio di stoffe, lo sciorinavamo sul grande tavolo di legno ingombro di spilli, aghi, gessetti, metro a nastro e ritagli di stoffa colorata ed iniziavamo a scegliere il modello del vestito futuro dalle riviste di moda, spiegazzate da decine di mani ansiose.
Lidia era paziente ascoltava le tue richieste confuse, interpretava i tuoi desideri, disciplinava le tue aspirazioni e ti restituiva un’idea concreta, attuabile e priva di fronzoli. Ma potevi stare sicura, il vestito sarebbe stato qualcosa che avresti portato con gioia, sapendo di indossare un lavoro fatto a regola d’arte. Cuciture, asole, pieghe, tutto perfetto, pieno di originalità e stile. Il costo era negoziabile, mai troppo alto, ma nonostante ciò, al massimo potevi farti cucire due vestiti all’anno, uno per Natale e l’altro all’inizio dell’estate per la festa di San Luigi e Sant’Antonio.
Non sapevamo cosa il futuro ci avrebbe portato.
Tutti avevamo aspirazioni più o meno realizzabili.
Ora il futuro è qui, il tempo è passato veloce, le aspirazioni si sono realizzate oppure la vita ci ha portato in direzioni che non avevamo ipotizzato.
Siamo stressati, stanchi, i vestiti si comprano dai cinesi, le cuciture si disfano in un attimo, basta tirare un filo, i modelli tutti uguali, sintetici e senza gusto, tanti, troppi, indossarli non dà piacere ed è per questo motivo che ne comperiamo tanti. Inseguiamo il desiderio del vestito perfetto quello che ci farà sentire principesse, uniche, quello che una volta indossato ci riporterà quella sensazione di soddisfazione, di appagamento perduto, rimasto là, in quel tempo passato, lontano. Il tempo in cui Berta filava.
Maria Felicita Luce
http://ricettesulfilodilana.wordpress.com/

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