Globalizzazione e squilibri sociali

Come già detto nel post “La questione è complessa”, vi sono una serie di motivazioni scatenanti la crisi che si sono sovrapposte e rafforzate. Tra le cause legate all’economia reale, quel post aveva focalizzato il problema dei crescenti squilibri sociali. Un altro fattore “reale” che ha in parte contribuito ad alimentare i suddetti squilibri sociali è la globalizzazione. In estrema sintesi la globalizzazione ha allargato il campo di competizione economica dal punto di vista della domanda di beni, cioè delle possibilità di vendita, ma anche dal punto di vista dell’offerta, cioè dei produttori di beni. Per i lavoratori dei Paesi sviluppati questo ha comportato due problematiche: da un lato lo sviluppo di nuove nazioni (prima fra tutte la Cina) ha tolto quote di mercato, dall’altro queste nuove nazioni scarsamente regolamentate dal punto di vista della tutela del lavoro e dell’ambiente hanno avuto un ruolo determinante nel “gioco al ribasso” dei diritti conquistati nei Paesi occidentali e quindi nell’accrescere le disparità sociali nei Paesi sviluppati. Il problema principale è il secondo fattore. Il primo fattore (che ora non approfondirò) può avere risvolti positivi se non fosse interconnesso al secondo: in un pianeta con risorse finite (si veda in proposito il post “La crescita impossibile”), una riduzione della ricchezza prodotta nelle nazioni occidentali in favore delle nazioni in via di sviluppo è un fattore di equità globale apprezzabile, anche se per noi questo si risolverà in una riduzione del reddito pro-capite. Questo danno potrebbe essere non troppo pesante se all’interno dei Paesi occidentali si riducessero gli squilibri sociali e si eliminasse l’ampia fetta di reddito legata agli sprechi consumistici del sistema.
Vediamo più da vicino alcuni aspetti. La crisi debitoria si è basata su fattori finanziari, come i bassi tassi di interesse e le elevate aspettative speculative sulla crescita del valore del mercato azionario o degli immobili (interconnessione tra cause reali e finanziarie), ma anche sugli squilibri sociali. Questi ultimi sono stati esacerbati da un semplice meccanismo: nei Paesi emergenti gli imprenditori, sia autoctoni sia occidentali hanno massicciamente investito per sfruttare la scarsa regolamentazione e la manodopera a basso costo. Infatti, dai dati della Banca Mondiale emerge con chiarezza come siano fortemente aumentati gli investimenti diretti esteri (FDI) nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio in Cina gli FDI erano pari a 430 milioni di US$ nel 1982, 11 miliardi nel 1992, 49 miliardi nel 2002 e 175 miliardi del 2008. Lo sfruttamento della manodopera a basso costo ha incrementato i profitti delle imprese molto più che i risparmi delle famiglie dei lavoratori sottopagati. Nel caso della Cina, Chamon e Prasad (2008) affermano che i risparmi sono fortemente aumentati dal 2000, superando il 50% del PIL nel 2005, ma che i risparmi delle imprese sono cresciuti talmente tanto da superare quelli delle famiglie. Anche Song et al. (2011) supportano la tesi che in Cina l’aumentato reddito prodotto è stato per gran parte appannaggio di una piccola parte della popolazione (imprenditoriale), affermando che la transizione economica cinese è stata accompagnata da una crescente disuguaglianza reddituale (anche all’interno del più ricco comparto urbano e non come disparità tra città e campagne), con un coefficiente di Gini cresciuto da 0.36 nel 1992 a 0.47 nel 2004, grazie alla lenta crescita del salari rispetto alla crescita dei profitti imprenditoriali.
L’ineguale distribuzione del reddito in queste nazioni in via di sviluppo ha fatto sì che l’accresciuto reddito non sia stato del tutto bilanciato da più alti standard di vita e di consumo. E’ un fatto stilizzato ben consolidato che la propensione al consumo si riduca all’aumentare del reddito. Chamon e Prasad mostrano dati a supporto di questa caratteristica, spiegando come le famiglie più ricche risparmino una fetta più grande del proprio reddito (e quindi consumino una fetta più piccola). Queste nazioni hanno così accumulato risparmi reinvestiti nel debito dei paesi maggiormente sviluppati, anche per la scarsa efficienza dei mercati finanziari interni (come spiegato da Mendoza et al., 2009 o Song et al., 2011).
I Paesi occidentali hanno quindi dovuto assorbire l’eccesso di offerta proveniente dai Paesi in via di sviluppo, mantenendo così elevati i profitti delle multinazionali che delocalizzavano la produzione all’estero. Per consumare più di quanto producessero, questi Paesi hanno dovuto indebitarsi e lo hanno potuto fare agevolmente grazie al sopracitato risparmio accumulato da nazioni come la Cina che hanno cercato (spesso con i loro fondi sovrani) i più alti rendimenti garantiti dalle economie finanziarizzate occidentali. In altre parole è stato necessario far lievitare la domanda dei Paesi sviluppati, tramite l’indebitamento delle famiglie, a fronte di una minor fetta di reddito mondiale prodotto in questi Paesi. Per gonfiare i consumi sono state utilizzate sempre più pressanti tecniche di marketing (aiutate dell’ostentazione dell’accresciuta ricchezza di una piccola parte della popolazione: come mostrato da Cheung e Qian (2009), l’effetto dello “stay with the Joneses” esiste ed è rilevante) e dallo sviluppo del sistema finanziario con le sue bolle (azionarie e immobiliari) che hanno fatto sentire tutti erroneamente più ricchi o con prospettive di reddito in costante crescita.
Invece, la concorrenza degli (sfruttati) lavoratori cinesi ad esempio, ha contemporaneamente innescato il processo opposto, agevolando la riduzione dei salari nei paesi occidentali, specialmente in quelli (come l’Italia) che si sono trovati a competere negli stessi settori d’esportazione della Cina. Questo meccanismo ha quindi accresciuto le disuguaglianze anche nei Paesi sviluppati, grazie ad una feroce concorrenza al ribasso dei diritti e dei salari richiesta da un sempre più mobile capitale finanziario speculativo.
La globalizzazione è un fenomeno positivo ed inarrestabile dovuto al progresso tecnologico, ma andrebbe utilizzata per accrescere i diritti di chi finora è stato svantaggiato e non per toglierli a chi li aveva già conquistati. Visto l’attuale opposto indirizzo, non resta che sperare che una delle altre cause scatenanti questa crisi, cioè il problema ambientale e della finitezza delle risorse, induca ad un parziale recupero di circuiti economici locali (a km zero o poco più) che possano ridurre l’impatto delle speculazioni finanziarie globali.

Luca Riccetti
Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES)
Università Politecnica delle Marche, Ancona (Italy)

Riferimenti:
•Marcos Chamon and Eswar Prasad “Why are Saving Rates of Urban Households in China Rising?, International Monetary Fund Working paper 08/145.
•Zheng Song, Kjetil Storesletten, and Fabrizio Zilibotti “Growing Like China”, American Economic Review 101 (February 2011): 196–233, http://www.aeaweb.org/articles.php?doi=10.1257/aer.101.1.196.
•Enrique G. Mendoza, Vincenzo Quadrini, Jose-Victor Rios-Rull “Financial Integration, Financial Development, and Global Imbalances”, Journal of Political Economy, 2009, vol. 117, n°. 3.
•Yin-Wong Cheung, Xing Wang Qian “Hoarding Of International Reserves: Mrs Machlup’s Wardrobe And The Joneses”, Cesifo Working Paper n°. 2065.

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