Redistribuzione, non austerità!


Secondo i dati dell’ultimo Employment Outlook dell’OECD, il numero di disoccupati è in aumento e continuerà ad aumentare nel 2013, fino a raggiungere l’11% nell’Eurozona. Non è un dato sorprendente, quanto piuttosto il risultato della strategia dell’austerità. Infatti, l’aumento della disoccupazione era e rimane un effetto prevedibile dell’austerità (ovvero, non si osservano effetti espansivi delle politiche restrittive). Purtroppo, è a mio avviso un effetto ricercato, che ha l’obiettivo di “disciplinare” la forza lavoro per ottenere una deflazione salariale e scaricare sulla collettività i costi dovuti agli eccessi finanziari. Si veda, ad esempio, l’odierno appello di Draghi a maggiore flessibilità e salari più bassi (che nella macroeconomia standard dovrebbe favorire la ripresa e l’occupazione).

L’aumento della disoccupazione favorisce un ulteriore indebolimento delle classi lavoratrici e si configura come un elemento importante della gestione neoliberista della crisi. Più in generale, le varie riforme del mercato del lavoro (in Italia, come in altri paesi), orientate al raggiungimento di un più elevato grado di flessibilità (precarietà) della forza lavoro, insieme alla disoccupazione in aumento, garantiscono la moderazione salariale (a vantaggio dei margini di profitto) e, di conseguenza, un contenimento dei costi di produzione. Ciò dovrebbe rendere più competitive le merci e favorire le esportazioni. Allo stesso tempo, con salari stagnanti o in calo, i consumi diminuiscono e con questi le importazioni (l’aumento delle imposte indirette, come l’IVA, è coerente con questo scenario, in quanto colpisce le importazioni ma non le esportazioni). Il risultato atteso consiste in un miglioramento del saldo commerciale dei paesi che perseguono questa strategia e, quindi, una riduzione degli squilibri commerciali nell’area Euro.

In questa prospettiva, l’aumento dei debiti pubblici, oltre a dipendere dalla “socializzazione delle perdite private” (si pensi, ad esempio, ai salvataggi bancari), può essere considerato come una conseguenza delle differenze di competitività tra paesi diversi (che sono alla base degli squilibri commerciali). D’altra parte, nonostante l’enfasi sulla riduzione dei deficit pubblici, è improbabile che l’austerità possa porre rimedio al dissesto delle finanze pubbliche. In realtà, le politiche restrittive amplificano la recessione in atto e ciò comporta anche un peggioramento dei conti pubblici.

Peraltro, una tale strategia di aggiustamento degli squilibri, che grava sui paesi in deficit dell’Eurozona, necessita di una domanda estera in grado di assorbire l’avanzo commerciale (in mancanza di un deciso aumento dei salari e dei prezzi nei paesi in surplus come la Germania, cioè della partecipazione dei paesi in avanzo al processo di aggiustamento). La fonte di domanda potrebbe essere rappresentata dalle fasce più abbienti dei paesi emergenti, almeno fino a quando le tendenze recessive in atto in Europa (ma anche in USA) non contageranno anche le economie che ancora crescono a tassi consistenti, a partire dalla Cina.

Ad ogni modo, l’idea che si è fatta strada a sostegno dell’austerità come strategia di politica economica è che ora, dopo anni di “vacche grasse”, in una fase di crisi, sono necessari sacrifici. Ma sacrifici per chi? Secondo Hickel (2012), sulla base dei dati presentati da Milanovic (2002), le 358 persone più ricche al mondo hanno una ricchezza pari a quella del 45% più povero della popolazione mondiale. Se consideriamo i dati riferiti ai 3 individui più ricchi al mondo otteniamo una ricchezza che corrisponde a quella dei “paesi meno sviluppati” messi insieme, circa 600 milioni di persone. Più in generale, l’1% più ricco degli individui detiene circa il 40% della ricchezza mondiale; il 50% più povero della popolazione mondiale detiene solo l’1% della ricchezza complessiva. Anche all’interno dei paesi europei, in molti casi, ad esempio in Italia, la disuguaglianza è aumentata. “Vacche grasse”, quindi, ma, un po’ come per i polli di Trilussa, “grassissime” per alcuni e “grassocce” o “magre” per molti altri.

L’elevata disuguaglianza ha delle importanti conseguenze economiche: in generale, la propensione al consumo diminuisce all’aumentare del reddito (e della ricchezza). In questo modo, all’aumentare della disuguaglianza può seguire una riduzione della domanda aggregata, a meno che non intervenga qualcos’altro. Ad esempio, il credito al consumo, attraverso il quale il risparmio dei “ricchi” finanziaria il consumo (a debito) dei “poveri”. Ma i debiti si accumulano e, prima o poi, il loro peso può diventare insostenibile. Inoltre, i mercati finanziari forniscono ottime opportunità di profitto a coloro che hanno capitali da investire. Gli elevati rendimenti finanziari dovuti a prodotti sempre più “complessi” possono attrarre molti capitali e le probabilità che si gonfi una “bolla” (che prima o poi scoppia) sono alte. L’espansione della “finanza” è, comunque, un fenomeno del tutto funzionale allo sviluppo capitalistico in una fase di deregolamentazione e aumento delle disuguaglianze, poiché permette di “riciclare” i profitti derivanti da tassi crescenti di sfruttamento.

Per questi motivi, come ho avuto già modo di scrivere (Russo, 2012), sarebbe necessaria un’azione di politica economica (europea) orientata ad aumentare la tassazione su quei pochi che hanno per anni accumulato enormi ricchezze. In questo modo ci sarebbero risorse per rilanciare l’economia investendo soprattutto in istruzione, ricerca e ambiente, mentre la riduzione della disuguaglianza dovrebbe stimolare una ripresa dei consumi. L’aumento della profittabilità in vari settori dovuto ad un’azione “programmata” di intervento pubblico stimolerebbe poi l’investimento privato, distogliendo l’attenzione del capitale privato dalla “privatizzazione” dei beni pubblici e dall’investimento finanziario nei prodotti più rischiosi (quindi, anche una seria revisione delle regole finanziarie sarebbe di più facile implementazione in questo contesto). Evidentemente, questa strategia ha delle rilevanti implicazioni politiche: (i) le risorse deriverebbero da imposte patrimoniali e/o da un aumento dell’imposizione progressiva sui redditi; (ii) la ripresa economica e l’aumento dell’occupazione stimolerebbero (sotto determinate condizioni) un aumento dei salari e, insieme al ridimensionamento della finanza, ciò comporterebbe una redistribuzione “dall’alto verso il basso”. Si tratterebbe di un ribaltamento del modello neoliberista…

Dr. Alberto Russo
Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali (DiSES)
Università Politecnica delle Marche, Ancona (Italy)

Riferimenti bibliografici:

  • Hickel J. (2012), “A short history of neoliberalism (and how we can fix it)”, New Left Project (April 9).
  • Milanovic B. (2002), “True world income distribution, 1988 and 1993”, Economic Journal, 112(476): 51-92.
  • OECD, Employment Outlook 2012, http://www.oecd.org/document/46/0,3746,en_2649_37457_40401454_1_1_1_37457,00.html
  • Russo A. (2012), “From the Neoliberal crisis to a new path of development”, MPRA Paper 38004, University Library of Munich.

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