Mamma, mamma dammi cento lire… Storie di ordinaria migrazione


Nonna Cleonice aveva sei figli. Tre di loro erano già nati quando il terribile terremoto del 1915 distrusse il paese facendo più di cento morti, trentamila in tutta la Marsica. Uno poi, il più giovane, se lo portò via la guerra, la seconda delle femmine, se la portò via un grande bastimento pieno di emigranti che salpò dal porto di Napoli verso l’Argentina.
Non morì fisicamente, ma perduta lo era lo stesso. Partivano tutti a quell’epoca. Mettevano le loro cose in una valigia e via. Qualsiasi destinazione era buona pur di fuggire dalla povertà, dal terremoto e dalla guerra.
Mia nonna pianse tutte le sue lacrime e così mia zia, ma la guerra era appena finita e mio zio era già partito in cerca di fortuna e reclamava la sua presenza.
“Mamma, mamma dammi cento lire…” la mia mente di bambina faceva fatica a capire come con cento lire si potesse arrivare lontano. Morivo di tristezza ed i miei occhi si riempivano di lacrime, immaginando colui il quale elemosinava 100 lire dalla sua mamma per andare lontano, in posto sconosciuto, per non tornare più!
Io mi sentivo al sicuro, sapevo che mio padre non sarebbe mai partito. Eppure verso i cinque anni ho rischiato anch’io di prendere un bastimento per L’Argentina. Mi fecero fare la cresima di fretta e di furia ma poi, chissà perché, non partimmo più.
Erano tempi duri. Quante storie ho sentito con ambientazione “le barracche “di legno del dopo terremoto. L’una addossata all’altra, durarono a lungo. Stipate fino all’inverosimile di persone povere ma dignitose, che avevano perso tutto, videro, in quei lunghi anni, nascite, morti, tragedie familiari, amori, tradimenti, tutto vissuto nell’impossibilità di una forma qualsiasi di riservatezza. Le baracche, con fenditure nel legno che lasciavano passare il sole e la polvere d’estate, la pioggia la neve ed il vento gelido di tramontana d’inverno, avevano grandi orecchie e enormi occhi e niente passava inosservato. Tutto era scrutato, riferito, ingigantito, deriso o elogiato a seconda della situazione.
Così partivano, salutavano le montagne, le vallate, i campi, che avevano arato fino a spezzarsi la schiena, le stalle con gli animali che avevano più spazio di loro, i morti nel cimitero giù alle Quattrostrade, abbracciavano i familiari e con un nodo alla gola che minacciava di strozzarli, dicevano loro arrivederci, consapevoli che quel rivedersi probabilmente non sarebbe mai avvenuto. Per molti è stato così. Adesso cerchiamo i discendenti con facebook! A volte troviamo nostri parenti che a malapena sanno da dove provengono e parlano lingue diverse, hanno storpiato il cognome e sono solo lievemente incuriositi da questi lontani parenti che abitano in un posto che i loro nonni nominavano con amore, ma che per loro è ormai perduto.
In fondo è così che eravamo: nomadi. Mai fermi, sempre alla ricerca di posti migliori, finché qualcosa non ci ha fermato. Abbiamo così iniziato ad amare i luoghi, le pietre, le montagne, la terra, ma, alla prima occasione, alla prima avversità, ridiventiamo ciò che eravamo: nomadi. Ci muoviamo, così, nel vasto mondo alla ricerca di un posto nel quale vivere dignitosamente. Migranti in viaggio da un posto all’altro, nessun luogo ci appartiene, ogni luogo è casa nostra.
Maria Felicita Luce
http://ricettesulfilodilana.wordpress.com/

Un Commento

  1. giovanni morachioli

    bellissima descrizione brava
    ciao

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