La produttività e la globalizzazione, e non le banche cattive, hanno causato la crisi


Mauro Gallegati – Università Politecnica delle Marche
Joseph Stiglitz – Columbia University

Le interpretazioni della crisi, iniziata nella seconda metà del 2007, si basano su teorie economiche tradizionali. Secondo tale lettura, un ottimismo ingiustificato sui titoli e sul rischio, accompagnato da una troppo flebile regolazione, un credito accordato senza adeguate garanzie e una politica monetaria troppo accomodante, hanno condotto a livelli di indebitamento insostenibili per famiglie, imprese e banche. Il collasso inevitabile delle borse ha provocato diffuse bancarotte, effetti domino e bilanci in rosso.

Tutto ciò ha provocato un aumento del rischio di credito e di investimento e, di conseguenza, un forte declino dei consumi da parte delle famiglie, della produzione e degli investimenti delle imprese e dei prestiti bancari. Così i bilanci delle imprese e delle famiglie si sono ripresi solo gradualmente nel tempo attraverso il ricorso ai risparmi precedentemente accumulati e grazie ad una riduzione del debito che si è manifestata principalmente come declino degli investimenti, mentre le banche hanno goduto di massicce immissioni di liquidità da parte delle Banche Centrali.

Ci sono delle valide ragioni per credere che questa crisi sia differente da quelle che la hanno preceduta, visto il precedente della Grande Depressione. La profondità e la durata dell’attuale crisi è al di fuori del range normale delle crisi succedutesi dopo la seconda guerra mondiale (nonostante il fatto che gli interventi in materia di politica fiscale e monetaria siano stati senza precedenti nella storia del capitalismo), e non è si intravede ancora la fine della crisi.

Un lavoro [Delli Gatti, Gallegati, Greenwald, Russo e Stiglitz, Mobility Constraints, Productivity Trends, and Extended Crises, Journal of Economic Behavior and Organization, luglio 2012] propone invece una lettura diversa, che enfatizza le relazioni tra fattori ciclici e strutturali, e spiega perché il sistema capitalistico genera, inevitabilmente, una grande crisi. La causa causante della crisi attuale è stato un cambiamento strutturale dell’economia reale: il declino dei redditi nell’industria si deve a ciò che di solito è un bene (l’aumento della produttività) e alla globalizzazione che ha prodotto una forte moderazione salariale. In altri termini: il settore industriale è vittima del suo proprio successo.

Il trauma che stiamo vivendo in questo momento assomiglia al trauma che abbiamo vissuto 80 anni fa, durante la Grande Depressione, ed è stato causato da una serie di circostanze analoghe. Allora, come oggi, abbiamo affrontato un crollo del sistema bancario. Ma allora, come oggi, il crollo del sistema bancario era in parte una conseguenza di problemi più profondi. Anche se reagisse positivamente al trauma (i fallimenti del settore finanziario) ci vorrà un decennio o più per raggiungere il pieno recupero. Se noi rispondessimo in modo inappropriato o con gli stessi strumenti neoliberisti che hanno favorito la crisi, questa durerà ancora a lungo e il parallelo con la Grande Depressione assumerà una nuova dimensione tragica. [I macro-economisti mainstream sostengono che il vero spauracchio in una recessione non è caduta dei salari, ma la loro rigidità: se i salari fossero più flessibili (cioè bassi), la disoccupazione si sarebbe ridotta, auto-correggendo il problema! Ma questo non è stato vero durante la Depressione, e non è vero oggi. Al contrario, bassi salari e redditi, semplicemente, riducono la domanda, indebolendo ulteriormente l’economia.]

Secondo la vulgata tradizionale, la politica restrittiva della FED ha causato la crisi del 1929 [più affascinante, per noi, è quella che interpreta il crollo (avvenuto ad ottobre) di Wall Street, come fattore che ha provocato la recessione dell’economia USA (che inizia, secondo il NBER, a giugno!)]. Il problema oggi, come allora, è un’altra cosa: la cosiddetta economia reale.

I paralleli tra la storia delle origini della Grande Depressione e quella della nostra crisi sono forti. Allora ci stavamo muovendo dall’agricoltura alla industria. Oggi ci stiamo muovendo dalla manifattura ad un’economia di servizi. Negli USA si calcola che il calo dei posti di lavoro nel settore industriale è stato drammatico, da circa un terzo della forza lavoro 60 anni fa a meno di un decimo di oggi. Il ritmo si è accelerato notevolmente nell’ultimo decennio. Ci sono due ragioni per il declino. Uno è una maggiore produttività, la stessa dinamica che ha rivoluzionato l’industria e costretto la maggioranza degl operai americani a cercare lavoro altrove. L’altro è la globalizzazione, che ha inviato milioni di posti di lavoro all’estero, in paesi a basso salario o in paesi che hanno investito di più nelle infrastrutture o nella tecnologia. Qualunque sia la causa specifica, il risultato inevitabile è esattamente lo stesso, come lo era 80 anni fa: un calo del reddito e dei posti di lavoro. Per un certo tempo, la bolla immobiliare ha nascosto il problema creando una domanda artificiale, che a sua volta ha creato posti di lavoro nel settore finanziario e nelle costruzioni e altrove.

Due conclusioni si possono trarre dal lavoro. La prima è che l’economia non si riprenderà da sola, almeno non in un lasso di tempo che conta per la gente comune.
La seconda è che la politica monetaria non ci sta aiutando ad uscire da questo pasticcio. La Fed ha svolto un ruolo importante nel creare le condizioni attuali, incoraggiando la bolla che ha portato alla insostenibilità dei consumi: chi crede che la politica monetaria sta per resuscitare l’economia sarà assai deluso.

In breve. Questa analisi ha la sua visione di fondo in una argomentazione non tradizionale, che identifica l’origine della crisi in una non equilibrata dinamica tra i vari settori dell’economia. In ultima analisi, problemi strutturali persistenti possono sorgere quando un forte e largo settore conosce un forte declino dal punto di vista economico (così avvenne per l’agricoltura nel 1929 e per l’industria oggi). Molto spesso questo declino di un settore si accompagna ad un rapido aumento della produttività, bassi salari ed una una forte caduta della domanda di prodotti di quel settore, e dell’economia in generale.

Secondo la teoria neoliberista, una crescita della produttività in un dato settore dovrebbe provocare l’aumento della disoccupazione (in quel settore) ed una migrazione di lavoro verso altri settori. In realtà, se i lavoratori non sono abbastanza qualificati per passare da un settore ad un altro, si verificherà un blocco della nuova occupazione. L’aumento della produttività provocherà quindi un abbassamento dei salari e dell’occupazione nel settore interessato, ma anche una dimuinuzione della domanda di beni negli altri settori.

Foto di Gianni Morachioli

  1. antonio cellitti

    .il problema è che non si capisce quali sono le banche buone…banca etica?…mha…forse la baca buona dovrebbe essere una statale vera in uno stato vero…noi non lo siamo più uno stato vero e la banca d’italia e un consorsio di banche private…ed il debito pubblico è un debito privato 2000mld di cui ogni anno dobbiamo pagare gli interessi a privati…e con questa scusa adesso cominciano a vendere i pezzi pregiati dell’argenteria per darli ai privati interessi per quattro soldi…la vedo dura sulla base della totale disinformazione e della paura di un futuro che chi ci ha propinato tutto ciò fa di tutto per indirizzarci verso quella direzione e non certo per trovare una soluzione. Io credo che questa è una crisi indotta e vere soluzioni non vengono messe in campo da chi adesso stà guidando il magic bus…

  2. olinto

    lavoro in una PMI in Italia( 15 dipendenti) e in Brasile (6 dipendenti) la differenza tre i due paesi? la rigidità dei contratti di lavoro in Italia (aspetto negativo) ela globalizzazione in Italia ha messo in crisi molti settori industriali di trasformazione .IN Brasile ( che fà parte del WTO e non capisco come sia possibile) ci sono tasse di importazione e ostacoli tecnici insormontabili collocati dal governo e dagli industriali per riservarsi il mercto interno che vanno dl 45% al 95% (dipendente dal codice doganale)..insomma in Europa qualsiasi prodotto entra con tasse che vanno dal 3 al 15% in America Latina i prodotti asiatici entrano ma pagano così tante tasse che il governo preserva la occupazione interna e in più tassa prodotti esterni guadagnandoci ..per me piccolo imprenditore italiano valgono di più questi argomenti tecnici di competitività che gli argomenti finanziari e bancari ( finaziamenti compresi) trattati tutti i giorni…non capisco perchè a livello europeo non si usino gli stessi metodi di Brasile ( e America Latina) Russia e India per preservare i posti di lavoro (sopratutto sui prodotti trasformati) , con il valore delle tasse sulle importazioni di alcuni prodotti si potrebbero trovare soldi da investire …..so che così facendo si accenderebbero dispute internazionali infinite ma meglio affrontare questi temi piuttosto che parlare dei cassaintegrati e disoccupati

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