E se la crisi non esistesse? (almeno nelle nostre menti)

di Francesco Orazi
Università Politecnica delle Marche

Il titolo è una provocazione, la crisi esiste. I comparti produttivi ne risentono, come il potere d’acquisto dei lavoratori, l’equilibrio dei conti pubblici, la tenuta dei sistemi finanziari. Il problema che pongo è invece la verità della crisi, o meglio come ce la raccontiamo. La verità è quell’insieme di cose che hanno senso, che appaiono ragionevoli e naturali e che i sistemi sociali e politici producono, costruiscono, rendono istituzionale. Si prenda la sessualità, o in generale i sistemi di credenze condivise. Non interessa che il giudizio medico del secolo scorso sulla sessualità fosse pieno di pregiudizi e falsità, era vero nella sua epoca e in quella ha esercitato la sua veridizione. Non interessa che la grande maggioranza delle persone attribuisse erroneamente agli untori il diffondersi della peste, tale era il senso della verità nei sistemi di credenza ai tempi delle grandi pandemie europee.
Le istituzioni per nascere, consolidarsi e preservarsi necessitano di legittimazione. Ciò per l’arbitrarietà di ogni loro fondamento. Tale legittimazione avviene per mezzo di uno slittamento, un’analogia che trasporta i principi di un’istituzione nel campo della razionalità e della natura (Douglas). Quando le azioni si adottano sulla base dei valori e delle norme forniti da un assetto istituzionale, allo stesso gli individui e i gruppi che le praticano riconoscono statuto di razionalità e natura. E’ razionale e naturale, cioè, assumere il comportamento dettato dall’istituzione. In altre parole, ogni ordine collettivo definisce (arbitrariamente) se stesso, raccontando solo una parte della storia o peggio mascherando ciò che accade veramente nella realtà sociale. Non si tratta di scomodare “Grandi Fratelli” orwelliani. L’organizzazione istituzionale ha da sempre dovuto regolare sistemi sociali condizionati da risorse scarse e diseguali posizioni di potere dei suoi componenti. Su questa circostanza si sono costituiti i regimi, cioè l’autorità e la legittimità di stabilire leggi, punizioni, divieti, prescrizioni e verità. Alla base di questo assunto sta che la società non è quello che appare. La verità è cioè un punto di vista interessato che si produce con risorse di potere distribuite in modo diseguale.

Di questo processo è principe della storia il mercato. I suoi valori tratti dall’economia politica, forma di limitazione interna della ragion di stato, dell’arte arbitraria del governare, hanno costituito un regime di verità. Tale luogo non deve essere saturato da un eccesso di governo, occorre, in virtù delle verità naturali che esprime: la formazione dei prezzi di equilibrio (naturale), lasciarlo funzionare col minimo degli interventi possibili. Ciò al fine di formulare la sua verità e proporla come regola e norma della pratica di governo. In altre parole, la formazione dei prezzi che è conforme alle regole naturali di funzionamento dei mercati, costituisce una misura di verità che permette di scegliere, tra le pratiche di governo, quelle giuste e quelle sbagliate (Foucault). La messa in mora dei governi greco (Papandreu) e italiano (Berlusconi), la loro caduta di legittimità presso il consesso finanziario e politico europeo segna un’amplificazione del regime di verità del mercato. Se è vero che i due governi non avevano certo brillato per credibilità e onorabilità degli impegni, configurandosi come esperienze sbagliate di esercizio governamentale, è altrettanto vero che la messa in mora e la sfiducia esterna ricevute, si presentano come un vero e proprio eccesso di arbitrio nei confronti della sovranità degli affari interni di uno stato. In nome di una presunta maggiore utilità di altri assetti di governo, più credibili e affini ai mercati, si sono forzati due fondamenti della democrazia: la volontà popolare, che sola dovrebbe giudicare dell’utilità o meno dei governanti; i meccanismi che le costituzioni adottano per regolare e legittimare i poteri che compongono gli ordinamenti. Da questo punto di vista, in nome della sua verità il mercato – sotto le spoglie della finanza e della sua esigenza politica di governo – si è presentato come forza istituzionale capace di limitare il diritto internazionale e i fondamenti costituzionali di ogni democrazia.

Dalla crisi finanziaria globale esce fuori una ristretta élite finanziaria di tipo oligarchico che opera su piazze affari sempre meno competitive. Le regole di questo nuovo gioco, fatto di vincitori (i salvati dal’intervento pubblico) e sconfitti (coloro che sono stati lasciati fallire) non sono dettate dagli Stati sovrani ma da poche e potenti banche. Esse sono i depositari ultimi della verità del mercato, custodiscono il sacro Graal della concorrenza, la natura ultima dello scambio che presiede l’equilibrio naturale dei prezzi. Ma è qui che il falso, come in un inganno teatrale, diventa indiscussa verità. L’oligarchia bancaria globale, pur se rimpinguata di denaro pubblico e pur godendo di accesso al credito a tassi privilegiati, prossimi cioè allo zero, anziché concedere crediti alle imprese e ai cittadini, colpiti a fondo dalla recessione, utilizzano la loro felice congiuntura come ulteriore fonte di guadagni. Va sottolineato che nel 2009 tutti i grandi operatori di borsa hanno incrementato i profitti, riallineando la loro forza economica a quella del 2007, azzerando di fatto l’effetto crisi del 2008. Come hanno fatto? Un esempio potrebbe essere indicativo. Prima del crollo della Lehman lo spread di cui le banche d’affari potevano godere si attestava intorno allo 0,8%. A distanza di un anno, invece, oscillava tra il 2,8% e il 3,5%. Lo spread è il fulcro del moltiplicatore bancario, dato che consente alle banche di raccogliere risparmio e ridistribuirlo, conseguendo con questa semplice operazione di giro la possibilità di creare denaro aggiuntivo e quindi profitti. In tal modo, le banche ricapitalizzano e tornano a disporre di una massa monetaria adeguata a gonfiare nuovamente la speculazione di borsa. Il paradosso è che i contribuenti da un lato sono stati chiamati a salvare le banche attraverso denaro pubblico, dall’altro assistono alla beffa di banche senza regole e responsabilità politico-economiche che si arricchiscono alle loro spalle. Negli ultimi due decenni tra democrazie e alta finanza si è instaurato un rapporto incestuoso. Due esempi. Paulson, ministro del Tesoro americano e Draghi, massimo esponente BCE provengono da esperienze professionali in Goldman Sachs. Sono costoro che dovrebbero vigilare nei confronti di quella élite finanziaria globale di cui erano dipendenti. Non è un problema di uomini ma di credibilità del sistema.

Ma la crisi è anche un sistema di senso. Si può vivere ancorandosi alla crisi, far girare il vapore in ragione della crisi, eccedere nell’arbitrio in nome del suo contenimento. Si può fornire un’immagine spaziale e relazionale della crisi. Cosa sono i numeri sparati nelle case sulla crisi del turismo, dei divertimenti, della casa, dei mutui, se non affermare che la crisi da economica diventa esistenziale, minando relazioni valoriali, sentimentali, status e stili di vita. L’impatto reale dello spread è dentro l’ordine della paura, un sentimento che il potere – come categoria storico/antropologica – ha sempre agitato. La fragilità del soggetto è l’opposto ideologico della sua forza di agency. La prima lavora sul terreno immaginario dell’individuo, la seconda su quello sociale, materiale, dei rapporti di forza. Ciò descrive un campo estetico, uno spazio dove il senso dell’azione è generato dalla capacità delle forze di vendita di tessere narrazioni sulla relazione tra natura sociale e immaginaria degli individui. Credere, criticare, confutare sono le dinamiche del gioco. Le istituzioni sono atti linguistici strutturati su tre elementi: azioni intenzionali; sistemi di credenze; poteri deontici (proposizioni assertive come le norme che fanno comportare gli individui non in base ai desideri ma ad obblighi e doveri) (Searle). Un’istituzione esiste fintanto che gli è concesso statuto di realtà, finché la sua esistenza è riconosciuta e creduta da larghi strati di società. Perché non dire, tra le altre cose dette, che la crisi potrebbe non esistere? Non potrebbe sparire d’incanto o presentarcisi in una forma meno zavorrante per ri-immaginare il futuro? Se non proprio un’opportunità, non potrebbe essere qualche cosa di altro da come la si rappresenta?
Il debito pubblico direbbe Marx è il tema di come il denaro si trasforma in capitale. Indebitamento e accumulazione sono per lui tanto reciproci che “l’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico”. Anche la natura del vivente è da sempre connessa al debito. La gabbie d’acciaio della soggezione necessitano di critica diffusa. E’ ancora lunga la strada del sano disincanto.

Foto di Gianni Morachioli

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