Squilibri globali e debito pubblico


di Luca Riccetti
Università Politecnica delle Marche, Ancona (Italy)

Proseguiamo nell’analisi delle molteplici cause scatenanti l’odierna crisi. Dopo i post “La questione è complessa” e “Globalizzazione e squilibri sociali”, incentrati sulle disuguaglianze sociali, vorrei approfondire un’altra delle cause “reali”: gli squilibri commerciali tra paesi.
Molte letteratura economica si è focalizzata sugli squilibri nelle bilance dei pagamenti, dato che questi non possono essere sostenuti all’infinito. Infatti, come una famiglia non può spendere per sempre un ammontare superiore al proprio reddito, anche l’intera collettività di uno Stato non può consumare per sempre più di quanto si produce nella nazione stessa. Questo può avvenire per periodi limitati, facendosi prestare i soldi da chi consuma meno di quanto produce (e quindi risparmia) o vendendo le ricchezze accumulate in passato (i gioielli di famiglia) o facendo in sequenza entrambe le cose, come sta ora accadendo ad esempio all’Italia (prima ci si indebita e poi, se non si riesce a ripagare col reddito corrente, si vendono le attività possedute).

Blanchard e Milesi Ferretti (2009) mostrano come gli squilibri globali si siano fortemente accresciuti negli anni 2000, specialmente con un crescente surplus per i Paesi emergenti e quelli produttori di petrolio a fronte di un aumento del deficit degli US. In particolare, molti economisti si sono focalizzati sul permanente squilibrio tra US e Cina, con il perdurante accumulo da parte della Cina di attività statunitensi. Questi studi hanno indicato come principale ragione il motivo mercantilistico: la Cina ha accumulato riserve di titoli US per mantenere debole il tasso di cambio della propria moneta, guadagnare competitività internazionale nel commercio e far così crescere il proprio PIL a ritmi sostenuti. Dall’altra parte, negli US, l’obiettivo di massimizzare il consumo oltre il livello prodotto internamente ha reso possibile questo squilibrio, portando a sempre crescenti livelli di indebitamento (tutto ciò ha anche acuito gli squilibri sociali all’interno degli stessi Paesi occidentali, come già spiegato nel post “Globalizzazione e squilibri sociali”). Anche all’interno dell’Europa si è rafforzata la spaccatura tra un gruppo di paesi in surplus (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Svezia, Svizzera) e un gruppo di paesi in deficit (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna, Regno Unito, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Repubblica Slovacca, Turchia, Ucraina): non è difficile osservare come i cosiddetti PIIGS europei siano tutti nel gruppo dei paesi in deficit.

I dati su varie nazioni raccolti da Koo (2011), mostrano chiaramente come gli stati che più hanno sofferto la crisi hanno avuto una comune evoluzione dei surplus/deficit finanziari. Ad esempio gli US hanno mostrato degli apici di deficit finanziari nei confronti del resto del mondo sia prima della crisi del 2001 legata allo scoppio della bolla azionaria sui titoli dell’Information Technology, sia soprattutto prima della crisi del 2008 (deficit che ammontava al 7% del PIL); contemporaneamente, negli stessi anni si raggiungevano apici nei deficit finanziari delle famiglie (fino al 4% di indebitamento sul PIL nazionale), passate dall’essere unità in surplus (risparmiatrici, come usualmente dovrebbe essere) nel 1999, all’essere unità in deficit (indebitate) nel 2008. Nel 2009, dopo lo scoppio della crisi, si è innescato il processo di deleveraging (cioè si è ridotto il livello di indebitamento) delle famiglie e successivamente anche quello delle imprese, contestualmente ad una riduzione dello squilibrio verso l’estero e ad un crescente deficit statale. Il deleveraging rientra tra i meccanismi che si sono intrecciati e hanno ingigantito la crisi, ma che ora non tratterò. Koo mostra analoghi andamenti anche per Gran Bretagna, Spagna e Irlanda. In tutti questi casi la perdita di competitività internazionale pre-crisi ha fermato la crescita dei redditi ma non la crescita dei consumi delle famiglie, che si sono indebitate con la prospettiva di poter contare su un crescente stock di ricchezza finanziaria o immobiliare. In altre parole, negli anni prima dello scoppio della crisi nel 2008, si è progressivamente accumulato un debito nel settore privato, che ha compensato la debolezza strutturale dell’economia. Come sostenuto da Stiglitz (2012), l’accumulo di debito ci sta portando e ci porterà “a un più basso tenore di vita, non solo all’interno delle nostre disponibilità, ma al di sotto delle stesse a causa della montagna di debiti da ripagare”.

Koo mostra come il debito privato, con l’arrivo della crisi, è stato poi in parte trasferito sul bilancio pubblico, inizialmente per salvare il sistema finanziario e le banche e successivamente a causa della crisi reale che da un lato ha ridotto il reddito e quindi le tasse e dall’altro lato ha incrementato la spesa pubblica (sussidi di disoccupazione, cassa integrazione…). I governi dovrebbero sempre implementare politiche anticicliche: creare spesa pubblica e occupazione nei periodi di recessione e incassare per ripagare il debito nei periodi di espansione economica. Purtroppo gli elevati debiti pregressi e l’ondata di austerità hanno troppo presto portato a ridurre gli stimoli statali all’economia. Inoltre, per ripianare il debito i governi degli Stati più indebitati non stanno applicando tasse patrimoniali o aliquote più alte sulle fasce di reddito più elevate per chiedere conto a coloro che si sono avvantaggiati di crescenti profitti nella fase pre-crisi (causando la crisi stessa con la delocalizzazione della produzione o con la speculazione finanziaria e immobiliare). La strategia che i governi europei e occidentali stanno seguendo (e rafforzeranno) mira a impoverire tutti tramite un generalizzato aumento delle tasse (ad esempio l’aumento dell’Iva colpisce tutti), una riduzione dei servizi ai cittadini (ridimensionamento del welfare state) e probabilmente una nuova fase di vendita della ricchezza collettiva (quote azionarie di aziende pubbliche, patrimonio immobiliare, artistico, demaniale…). Lo Stato svolge così il ruolo di redistribuzione del reddito da tutti a pochi, in totale antitesi con quanto dovrebbe teoricamente fare (cioè ridistribuire la ricchezza dalle fasce più abbienti a quelle maggiormente in difficoltà), svendendo a basso costo i beni comuni agli stessi privati che si sono arricchiti causando la crisi. La tentata privatizzazione dell’acqua è un chiaro esempio del meccanismo di redistribuzione del profitto dalla collettività a pochi privati. Infatti, i fautori delle politiche liberiste odierne sono riusciti a far passare la linea che fino a quando le cose vanno bene i profitti sono privati, ma quando le cose vanno male lo Stato deve intervenire, facendo ricadere le perdite sulla collettività (“socializzare” le perdite). Il problema non è che lo Stato intervenga, è che chieda il conto dell’intervento alle persone sbagliate.

Riferimenti:
Olivier Blanchard e Gian Maria Milesi-Ferretti (2009), “Global Imbalances: In Midstream?”, International Monetary Fund, http://www.imf.org/external/pubs/ft/spn/2009/spn0929.pdf.
Richard C. Koo (2011), “The world in balance sheet recession: causes, cure, and politics”, Real-world economics review, n°. 58, http://www.paecon.net/PAEReview/issue58/Koo58.pdf.
Joseph E. Stiglitz (2012), “The book of jobs”, Vanity Fair, gennaio 2012, http://www.vanityfair.com/politics/2012/01/stiglitz-depression-201201.

Foto di Gianni Morachioli

Un Commento

  1. albi

    concordo pienamente

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