Una non labirintica via di fuga

Nel post “La produttività e la globalizzazione, e non le banche cattive, hanno causato la crisi” sostenevamo che l’economia non si riprenderà da sola, almeno non in un lasso di tempo che conta per la gente comune e che la politica monetaria non ci sta aiutando ad uscire da questo pasticcio. Chi crede che la politica monetaria sta per resuscitare l’economia sarà assai deluso poiché le cause della crisi sono ben altre: un rapido aumento della produttività e la globalizzazione.

Una soluzione alternativa dovrebbe inserirsi in un disegno complessivo di politica economica che si fonda sul ruolo della Banca Centrale Europea come prestatore di ultima istanza e su un progetto comune europeo di intervento pubblico. Da un lato, la possibilità per la banca centrale di acquistare direttamente titoli del debito pubblico degli stati (anche sul mercato primario) dovrebbe contrastare la speculazione finanziaria. Dall’altro lato, nessuna unione monetaria è mai sopravvissuta a lungo senza un’integrazione politica che porti a riequilibrare gli squilibri di competitività che si vengono a creare al suo interno. In altri termini, la sostenibilità dell’area euro verrebbe assicurata dalla “credibilità” della svolta politica alla base di una nuova direzione di sviluppo economico, con il fondamentale supporto della banca centrale europea.

Qui ci concentriamo su 2 aspetti: 1. cosa accadrà in caso di default ed abbandono dell’euro, e 2. come uscire dalla crisi sfruttando l’opportunità del cambiamento. Diremo subito che non proponiamo nuove strategie di crescita (vedi il post “La crescita impossibile”), ma un diverso modo di vivere e produrre. A tal fine, individuiamo una strategia dal basso (da noi tutti abitanti questo Pianeta) ed una dall’alto.
La diminuzione del tasso di profitto del settore reale nei Paesi avanzati ha avuto come conseguenza una espansione del settore finanziario che ha garantito la tenuta del sistema fino allo scoppio della bolla immobiliare nel 2007. La crescita del profitto (e degli squilibri sociali connessi) ha portato alla necessità di reinvestire i risparmi accumulati. Il rallentamento dell’economia reale nei paesi avanzati ha implicato una fuoriuscita di risorse da questo settore non più remunerativo, incentivando la delocalizzazione produttiva e l’investimento finanziario in attività sempre più rischiose e complesse. Ad esempio l’iniezione di liquidità effettuata a più riprese dalle banche centrali americana ed europea non ha sortito rilevanti effetti positivi sull’economia reale dei paesi occidentali, mentre le banche hanno ripreso a speculare, anche grazie alla maggiore liquidità a disposizione, accrescendo i propri profitti. Il salvataggio delle banche, con la conseguente socializzazione di perdite private, è importante per la salvaguardia del risparmio del ceto medio. A fronte di questo però non è da escludere un’azione di indirizzo pubblico da parte dello Stato che ha investito risorse per salvare il sistema (perché gli Stati dovrebbero rispettare un memorandum dettato da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea, mentre una banca non dovrebbe ritrovarsi nella stessa situazione?). Inoltre, il salvataggio bancario non è in grado di risolvere da solo l’attuale crisi. Infatti, non influisce sul problema di fondo, cioè una divergenza tra una produttività crescente e una capacità di acquisto stagnante o calante (vedi post “La produttività e la globalizzazione, e non le banche cattive, hanno causato la crisi”).
In aggiunta, il salvataggio delle banche da parte degli Stati ha fatto lievitare il debito pubblico, già elevato in alcuni Paesi come l’Italia. Quindi un problema è diventato ridurre il peso del debito pubblico rispetto al prodotto interno. La strada che i governanti europei stanno seguendo è quella dell’austerità. Come alternativa per nazioni come l’Italia, alcuni hanno proposto il ripudio del debito e l’uscita dall’Euro.

Il ritorno alle monete nazionali, ad esempio, renderebbe nuovamente disponibile ai singoli Paesi lo strumento della politica monetaria per garantire il debito pubblico mediante l’intervento della propria banca centrale. Questa strategia può presentare una serie di criticità. La principale è che colpirebbe pesantemente il ceto medio, lo stesso che ora sta pagando i sacrifici richiesti dalla strategia di austerità e che si vorrebbe salvaguardare. Infatti, questo gruppo di persone verrebbe colpita sia direttamente che indirettamente. Direttamente dato che i titoli di Stato sono la forma di risparmio principale dei piccoli risparmiatori (l’incidenza dei titoli di Stato italiani nel portafoglio di un grande imprenditore che può permettersi di investire all’estero o portare le proprie attività in Lussemburgo o alle Isole Cayman è minima rispetto all’incidenza sul portafoglio di un piccolo risparmiatore). Il default dovrebbe quindi essere “selettivo”, per colpire solo i titoli posseduti da alcuni soggetti (ad esempio, le istituzioni finanziarie estere) e ripagarli invece se posseduti da altri (ad esempio, lavoratori e pensionati).
Al danno diretto si aggiungerebbero una serie di danni indiretti. L’uscita dall’Euro propedeutica ad una svalutazione della moneta (una nuova lira o un € dei PIGS?), che faccia recuperare competitività al Paese, porterebbe nell’immediato ad una probabile impennata dell’inflazione (tutte le merci importate, tra cui le materie prime quali petrolio e gas, sarebbero molto più care) e, quindi, ad un peggioramento del potere d’acquisto e degli standard di vita di tutti. Inoltre, anche l’effetto benefico sulle esportazioni che si potrebbe ottenere nel medio periodo potrebbe non avere la stessa ampiezza ottenuta dalla svalutazione del 1992, quando la competizione di prezzo dei paesi emergenti non aveva ancora raggiunto i livelli degli anni 2000 (ad esempio, dopo l’ingresso della Cina nel WTO a fine 2001). Inoltre, un default implicherebbe una perdita di credibilità sui mercati internazionali, i quali per un certo periodo di tempo eviterebbero di finanziare il nostro Paese (se non a tassi elevatissimi). La mancanza di credito e di investimenti potrebbe acuire la recessione. Infine, l’uscita dall’Euro dell’Italia sarebbe probabilmente causa dell’archiviazione dell’esperienza della moneta unica, il che potrebbe implicare la fine del processo di integrazione europea, finora poggiato principalmente su basi economiche.

L’attuale modello di sviluppo, basato sulla utopica credenza di una crescita senza fine, che non distingue beni da merci, genera insostenibili disuguaglianze e sta provocando sempre più forti criticità ambientali. Potrebbe essere auspicabile puntare all’innovazione, alla cultura ed ai servizi, beni prevalentemente immateriali, ma che in molti casi hanno allo stesso tempo un forte legame con i territori. Ciò che proponiamo come un abbozzo per un nuovo modo di vivere si può riassumere nella frase: lavorino le macchine, noi godiamoci la vita.

A tal fine occorre ripensare e ridisegnare in modo integrale la vita umana, vita dominata dall’imperativo dell’accumulo di denaro, della produzione e dell’acquisto di merci purchessia.
Ma in tutti i continenti, in tutte le nazioni, oltre al malessere dovuto ad un modello di vita incentrato su tale fine, stanno emergendo fermenti creativi che spingono in altre direzioni: i movimenti delle popolazioni di centro e sud America contro lo sfruttamento dei suoli e delle acque, il microcredito nato in Asia e affermatosi anche nel mondo occidentale (perché non “in crisi”?), i Gruppi di Acquisto Solidale che mettono al centro i principi di eticità e sostenibilità, ricostruendo la relazione tra il consumatore, spesso cittadino urbanizzato, e i produttori, i Movimenti per la Decrescita che propongono cambiamenti dal basso, azioni pratiche per stili di vita sobri e sostenibili e proposte di politica economica, a chi sperimenta una vita senza petrolio nelle transition town.
Ci sono quindi comportamenti strategici dal basso, di cittadini/consumatori/produttori, che potrebbero innescare, anche, e forse soprattutto, in questa situazione di crisi, il virus del cambiamento, della metamorfosi, ma anche nuovi punti di vista da parte di governi che stanno ricercando indicatori più adatti del Pil per misurare il benessere di una nazione. Nel Bhutan il Gross National Happiness, L’Ecuador e la Bolivia che mettono il buen vivir nelle loro costituzioni, l’Australia con Measures of Australia’s progress, il Canadian Index of Wellbeing e in Italia le misure del benessere.
Misure che dovrebbero esser differenti da Paese a Paese.
Ricordava Fuà [1]: Un singolo modello di sviluppo e di vita (oggi quello concentrato sulla crescita delle merci) viene proposto ed accettato come l’unico valido; [bisognerebbe invece] apprezzare che ogni popolazione cerchi la via meglio corrispondente alla sua storia ai suoi caratteri, alle sue circostanze e non si senta inferiore ad un’altra per il solo fatto che quella produce più merci.

Poiché stiamo vivendo un momento di transizione tra un’economia delle merci ed un’economia dei servizi occorrerà inventare nuovi lavori, magari a ritmi più umani, dematerializzando le nostre produzioni. Per il nostro Paese, un’indicazione ci può venire dall recentissimo Rapporto 2012 sull’Industria culturale in Italia: “L’Italia che verrà”, di Unioncamere, Fondazione Symbola e Regione Marche.
I settori coinvolti da questa indagine, sono quelli classici dei beni culturali, architettura, design, industrie creative e culturali, ecc. che in contro tendenza, mostrano il livello dell’occupazione (il 5,6% del totale degli occupati) salito dello 0,8%, a fronte di un arretramento medio dello 0,4% (periodo 2008-2011). Allargando però il campo ad altri settori dell’unicità italiana, produzioni agricole tipiche, il turismo legato alla capacità attrattiva della cultura, le attività legate al recupero del patrimonio storico, attività di formazione collegate, ecc. gli occupati salgono al 18,1% degli occupati a livello nazionale. Quindi tornando alla frase di Fuà, non sarebbe forse il caso di individuare nel valore aggiunto del settore cultura, alla sua unicità, in quello del suo indotto e dei comparti meno formali che ad esso possono essere legati, la nostra vera fonte di ricchezza?

I tempi del cambiamento sono però lunghi. Una accelerazione può venire solo dall’alto. In questa prospettiva, ci si dovrà attrezzare per utilizzare gli incrementi di produttività per lavorare di meno, redistribuire il reddito via fiscalità (vedi il post “Redistribuzione, non austerità”), promuovere la progressiva introduzione del reddito di cittadinanza e della partecipazione agli utili di impresa.

Solo se riusciremo a cambiare il modo di vivere di oggi avremo un domani.

Mauro Gallegati
Luca Riccetti
Raffaella Rose
Alberto Russo

[1] Crescita economica. Le insidie delle cifre, Giorgio Fuà, Ed. Il Mulino, 1993.

Foto di G. Morachioli

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