Lo spread sale: bene, il debito scende!


di Luca Riccetti
Università Politecnica delle Marche

Questo post vuole essere provocatorio, ma contemporaneamente vuole cercare di gettare un po’ di luce per i non addetti ai lavori riguardo alla diatriba tra la Banca Centrale Europea (BCE) e la Bundesbank. Qui ci si focalizza solo sulla componente di interessi pagata sul debito pubblico e non sulla gestione generale della crisi che, come spiegato in altri post di questo blog, non ha origini solo finanziarie.

Vorrei iniziare spiegando in maniera semplificata cos’è lo spread. Lo spread è la differenza tra due tassi di interesse. Se si prende il Btp decennale e un Bund decennale e il primo paga un tasso del 6%, mentre il secondo del 2%, lo spread è del 4% o, in modo equivalente (ma più scenico e più utile per non far capire nulla alle persone), di 400 punti base (un punto base è lo 0,01%). Ma lo spread come si calcola, visto che lo Stato italiano non emette tutti i giorni Btp decennali, variando ogni giorno il tasso di interesse in base alle condizioni di mercato? In realtà lo spread è un numero fittizio, legato inversamente al prezzo dei titoli di Stato già emessi e che vengono scambiati sul mercato secondario. Significa che se il mercato non si fida più dell’Italia, tutti vendono i titoli italiani, questi perdono valore e lo spread implicito cresce [1]. Potremmo essere felici: se lo spread è salito, significa che il nostro debito è diminuito! Ad esempio a fine novembre 2011, il valore di un Btp decennale (con scadenza 1 settembre 2021) che pagava il 4,75% di interessi annui valeva meno di 84. Questo significava che per ogni 100 € che lo Stato italiano aveva incassato all’emissione del titolo, se lo stesso Stato italiano fosse andato sul mercato in quel momento a ricomprarsi il Btp (e quindi ad estinguere quel debito), avrebbe speso 84€, con un incasso netto di 16€. Voleva dire, in altri termini, che un debito nominale di 100 miliardi di €, a valori di mercato sarebbe ammontato a 84 miliardi di €, con un risparmio di 16 miliardi, grande quasi quanto una manovra lacrime e sangue! Ovviamente questa è una provocazione: se lo spread sale, alla prossima emissione, lo Stato italiano dovrà pagare tassi di interesse più alti per allinearsi a quelli che sono sul mercato e questo graverà sulle finanze pubbliche. Ma teniamo per ora da parte il concetto che se la speculazione gioca al rialzo dello spread, in fondo lo Stato italiano è meno indebitato, quindi non tutto il male viene per nuocere; questa considerazione ci servirà tra poco.

Cerchiamo ora di osservare chi sono gli attori che danno vita al “mercato”. Infatti sono poco credibili sia coloro che pensano di giustificare lo spread come un numero integerrimo non influenzato dai capitali mossi dalla speculazione (giustificando lo spread dal fatto che l’Italia non è affidabile), sia coloro che vogliono addossare tutte le colpe alla speculazione. Cos’è il mercato? O meglio, chi è il mercato? Il mercato è composto da tutti coloro che partecipano a degli scambi. Parlare di mercato in modo impersonale è spesso una mistificazione. E’ vero che la nostra nazione è molto indebitata, quindi se l’Italia non è più affidabile come solvibilità, anche il piccolo risparmiatore potrebbe preferire un Bund tedesco ad un Btp. Così quel piccolo risparmiatore, che compra Bund e non Btp, sta contribuendo a far crescere lo spread tra Italia e Germania. D’altra parte il fatto che lo spread cresca o scenda di 30 punti base subito dopo le parole del governatore della BCE Draghi, è segno che vi sono una serie di speculatori attentamente in ascolto, pronti per speculare acquistando o vendendo (magari anche allo scoperto) i Btp. Asserire che questa non sia speculazione è risibile: non credo che mia nonna di 92 anni, coi suoi quattro spiccioli di risparmio alle poste, si metta a fare trading on-line mentre ascolta Draghi, pronta a vendere o ad acquistare Btp. Le oscillazioni dello spread sono date dai grandi capitali speculativi manovrati nelle sale di trading delle banche e dalle società di gestione del risparmio. E anche questa considerazione teniamola in mente. Fra poco metteremo assieme il tutto.

La soluzione più semplice per evitare che vi siano speculatori finanziari che si arricchiscono, mentre ai cittadini di nazioni come Italia, Grecia e Spagna vengono chiesti enormi sacrifici per pagare interessi su debiti (un parte dei quali ha una componente di immoralità), sembra ovvia: spuntare le armi alle istituzioni finanziare. Occorre cancellare parte della deregolamentazione fatta negli ultimi decenni, perché vi sono ambiti che non possono essere lasciati alla libera gestione del mercato. Occorre tassare le rendite finanziare in modo più elevato, introdurre la cosiddetta Tobin tax sulle transazioni (in modo da ridurre quelle speculative), limitare l’uso dei derivati a finalità di copertura e non speculative ecc.
Dato che questa soluzione sembra impercorribile per (poco) misteriosi motivi, allora l’idea di Draghi di mettere un tetto allo spread è sicuramente un buon ripiego. In parole povere Draghi vorrebbe fare ciò che le altre banche centrali (come quelle degli U.S.A. o del Giappone, dove infatti a fronte di un debito enorme i tassi di interesse sono molto più bassi) possono fare: finanziare i governi. Infatti, perché la BCE dovrebbe dare liquidità alle banche, sperando che queste finanzino Stati e imprese ed invece queste speculano (prendendo soldi all’1% dalla BCE e incassando interessi al 5%-6% da Stati come Italia e Spagna), e non darli direttamente agli Stati facendo ridurre gli interessi pagati da questi? In termini ancor più poveri l’idea è: se non posso disarmare la finanza, allora voglio poter armare anche la BCE, la quale potrebbe avere teoricamente una potenza di fuoco illimitata.
Altro ripiego, un po’ meno efficace (dato che non avrebbe potenza di fuoco illimitata) è dare ampia libertà (tra cui la licenza bancaria) al nascituro fondo salva Stati ESM (Meccanismo europeo di stabilità). Qui, in termini semplici la soluzione è: se non posso bloccare la speculazione, allora speculo anch’io, alla rovescia, armando un fondo di stabilità. Come per la BCE, questo potrebbe portare giovamenti, magari ipotizzando che i profitti fatti da questo fondo vengano utilizzati dagli stati stessi per ridurre il debito. Ad esempio se il “mercato” speculasse contro l’Italia facendo crescere lo spread e ridurre il valore del debito italiano, questo fondo potrebbe andare a comprare i titoli italiani a basso costo, per poi rivenderli una volta che il prezzo è risalito (anche grazie all’intervento stesso). Si potrebbe così sfruttare il fatto che il nostro debito di quasi 2000 miliardi di Euro oggi, in realtà, ne vale molti meno, grazie al fatto (spiegato sopra) che l’aumento degli spread ne ha ridotto il valore di mercato. Inoltre in questo caso la BCE o l’ESM potrebbero sfruttare dei vantaggi di informazione asimmetrica non irrilevanti che andrebbero resi non perseguibili come insider trading. Ad esempio la BCE potrebbe ridurre gli spread prima di una nuova emissione di debito e lasciarli fluttuare in assenza di questa. Sono convinto che si disincentiverebbero gli speculatori: non sarebbe divertente giocare a carte contro un avversario che da regolamento può barare. Ovviamente le nazioni aiutate dovrebbero contemporaneamente intraprendere politiche di risanamento volte a creare occupazione (anche tramite spesa pubblica) e a ridurre gli sprechi di bilancio, in modo che il debito diventi sostenibile.

Preso atto che non si vuole regolamentare la finanza e che riflessioni profonde sui limiti che vanno posti al mercato non sono in agenda, perché il governatore della Bundesbank Weidmann e molti tedeschi sono sfavorevoli ad armare la BCE o un forte ESM? Perché vi è il rischio di inflazione, la più terribile paura della Germania (che dopo la prima guerra mondiale ne soffrì fortemente e la situazione politica degenerò nel nazismo), per cause che l’attenta e previdente Germania imputa ai PIIGS da salvare. L’argomento non è privo di fondamento [2], ma in questa fase di crisi e disoccupazione, sinceramente sembra un problema di rilevanza minore, che andrebbe tenuto in considerazione con la dovuta flessibilità. Inoltre, il debito a volte serve per ricattare il debitore e costringerlo a svendere pezzi pregiati artistici (si pensi alla richiesta del Partenone fatta dalla Finlandia) o imprenditoriali (svendere aziende o servizi pubblici profittevoli negli Stati in crisi) a chi si è arricchito, in modo che questo possa porre le basi per aumentare la propria ricchezza. Così l’unico risultato sarà l’aumento delle disparità sociali e della crisi stessa, non l’uscita dalla crisi.
Purtroppo anche noi ormai siamo entrati in questa ottica di stritolamento che appare inevitabile, anche grazie alle continue affermazioni dei nostri politici, economisti e giornalisti. Trovo terribile che i tg si preoccupino dei crolli in borsa e dei picchi dello spread, quando la disoccupazione giovanile tocca il 35%, problema ben più grave. E mentre l’Istat dirama questo dato, la borsa italiana cresce, per la gioia dei nostri politici e giornalisti: ci rendiamo conto della follia?

[1] La relazione inversa si spiega intuitivamente con un esempio semplificato (per i puristi, in realtà i numeri sono un po’ imprecisi). Ipotizzate di avere un titolo X del valore di 100€ emesso oggi dallo Stato A, che duri due anni e il cui tasso di interesse sia del 2% annuo. Chi lo compra pagherà oggi 100 € e incasserà 2€ tra un anno e 102€ tra due anni (100 del rimborso del titolo più 2 degli interessi). Se tra un anno lo Stato A emettesse un nuovo titolo Y del valore di 100€, di durata un anno con un tasso di interesse del 3%, il possessore del titolo X (che ha appena incassato i primi 2€ di interessi) farebbe bene a vendere il titolo X sul mercato e a comprarsi il titolo Y che rende l’1% in più. Questo farà sì che il titolo X perda valore fino ad arrivare a un prezzo sul mercato di circa 99€ per rendere i due titoli comparabili (d’altra parte devono esserlo: l’emittente è sempre lo Stato A e entrambi scadono dopo un anno, quindi sono uguali). Infatti ora chi comprasse il titolo Y spenderebbe 100€ e dopo un anno otterrebbe 103€ (100 di rimborso e 3 di interessi), con un guadagno di 3€; mentre chi comprasse sul mercato il titolo X spenderebbe 99€ e dopo un anno otterrebbe 102€, con un guadagno sempre di 3€. Il calcolo dello spread fa il percorso inverso: se il titolo X che paga il 2% di interessi perde valore da 100 a 99, allora il suo rendimento implicito sale dal 2% al 3%, quindi al diminuire del prezzo il tasso (e lo spread) crescono.

[2] Non si possono assumere posizioni estremiste in questo campo. Da un lato la moneta non è neutrale, come alcuni vecchi economisti liberisti vorrebbero farci credere e come decenni di studi hanno dimostrato. Dall’altro lato la moneta (e quindi la banca centrale) non è onnipotente, come alcuni che si occupano di signoraggio pensano. Per rendere facilmente comprensibile quest’ultimo concetto, propongo un esempio molto banale (fin troppo, dato che il mondo è più complesso): se l’economia reale ha prodotto 10 mele e vengono stampati 10 pezzi di carta, ogni mela dovrebbe valere un pezzo di carta; se l’anno dopo si producono 10 mele e si stampano 100 pezzi di carta, ogni mela varrà 10 pezzi di carta. Il cibo disponibile è sempre 10 mele! Stampare carta ha solo portato inflazione. Stampare carta all’infinito non risolve tutti i problemi del mondo: le banconote non si mangiano!

Foto di Michele Saullo

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