Nobel per l’economia 2012


di Emiliano Brancaccio

Gli americani Lloyd Shapley, 89 anni, dell’Università della California, e Alvin Roth, 60 anni, di Harvard, sono i vincitori del premio Nobel 2012 per l’Economia in virtù dei loro contributi alla «teoria delle allocazioni stabili» e alla «pratica del market design». In estrema sintesi, si tratta di ricerche dedicate a quelle particolari situazioni in cui il tradizionale meccanismo dei prezzi non può essere adottato per mettere in equilibrio la domanda e l’offerta del mercato, e quindi deve essere sostituito da altri criteri. Si pensi ad esempio all’allocazione degli studenti nelle università, all’assegnazione degli organi ai pazienti in attesa di trapianto, e a tutte le circostanze in cui l’equilibrio tra richieste e offerte non può essere affidato alle normali transazioni monetarie e alla connessa formazione dei prezzi a causa di svariati ostacoli, di ordine tecnico oppure etico. Pioniere in questo campo fu Shapley, che nel 1962, in collaborazione con David Gale, elaborò il cosiddetto algoritmo dei «matrimoni stabili».

Dato un gruppo di persone che esprimono delle preferenze le une verso le altre, l’algoritmo descrive la procedura ottimale per suggerire accoppiamenti stabili: ogni partecipante verrà associato al partner preferito, tenuto conto delle scelte di tutti gli altri. Un profano potrebbe scambiarla per una soluzione in grado di pervenire a un ideale ratzingeriano di società, costituito da coppie fedeli che mai divorzieranno. Ma a guardar bene l’algoritmo di Shapley garantisce la stabilità dei matrimoni sotto condizioni alquanto restrittive, tra cui l’ipotesi di immutabilità delle preferenze. Si esclude cioè che il coniuge riveda le proprie decisioni man mano che i peggiori vizi del partner vengono alla luce, o magari cambi i propri desideri semplicemente perché l’età avanza e l’esperienza cresce.

Negli anni più recenti numerosi economisti hanno proposto cambiamenti per tentare di rimuovere ipotesi così irrealistiche. In particolare, è stata ammessa l’eventualità che l’informazione degli aspiranti sposi sia asimmetrica, nel senso che ciascuno dei partecipanti può essere interessato a rivelare i propri pregi ma non i difetti. In circostanze simili l’algoritmo si complica, poiché deve contemplare incentivi che inducano i partecipanti a non celare le loro caratteristiche. L’agognata individuazione di accoppiamenti stabili in tal caso rimane possibile, ma si fa decisamente più ostica. Nonostante le difficoltà, comunque, gli studiosi non hanno smesso in questi anni di indagare intorno all’algoritmo di Gale e Shapley. Un tale interessamento, si badi, non deriva da una improvvisa ossessione per la sacralità del matrimonio ma da ragioni decisamente più prosaiche. Si è infatti scoperto che procedure come quelle inventate da Shapley si possono applicare a una grande varietà di problemi economici, con risultati oltretutto più robusti rispetto all’originario gioco delle coppie. Roth, in particolare, ha mostrato che alcune varianti dell’algoritmo di Shapley aiutano a risolvere questioni pratiche riguardanti l’allocazione dei giovani medici nelle strutture sanitarie. Nel 1995 l’economista di Harvard fu chiamato dalle autorità di governo statunitensi per risolvere un problema di instabilità delle allocazioni che derivava dall’aumento delle donne laureate in medicina. Il meccanismo vigente fino a quel momento tendeva ad assegnarle ad ospedali distanti dal luogo di lavoro dei rispettivi coniugi, il che le induceva a chiedere trasferimenti per evitare di dividere il nucleo familiare. Roth dovette allora introdurre dei correttivi all’algoritmo, in modo che le assegnazioni tenessero conto delle esigenze familiari dei medici assunti. Ulteriori varianti della procedura originaria sono state proposte per la gestione di problemi ancor più delicati, come la formazione delle graduatorie per i trapianti d’organi. Le possibilità di applicazione, tuttavia, non si sono limitate all’ambito sanitario. Altri studiosi hanno proposto nuovi algoritmi per governare la destinazione degli atleti più promettenti nelle società sportive più blasonate, o l’ordinamento delle informazioni fornite da internet tramite i motori di ricerca. L’intuizione originaria di Shapley, insomma, si è mostrata duttile a sufficienza per essere riadattata a qualsiasi contesto in cui l’equilibrio tra domanda e offerta non può essere ottenuto affidandosi al tradizionale meccanismo di mercato basato sui movimenti dei prezzi.

Naturalmente, non sono mancate voci critiche nei confronti della reale efficacia di queste applicazioni pratiche. Un’obiezione, per esempio, è che la maggiore o minore stabilità delle allocazioni potrebbe dipendere da fattori del tutto indipendenti dagli algoritmi adottati. Roth ha cercato allora di fugare tali dubbi proponendo degli esperimenti controllati. Per dimostrare che l’instabilità delle allocazioni dei medici in alcune città inglesi dipendeva da una errata allocazione, egli creò in laboratorio dei piccoli mercati artificiali che riproducevano le caratteristiche dei criteri allocativi adottati nelle varie città esaminate. Gli esperimenti mostrarono che i mercati che più si allontanavano dalla logica degli algoritmi allocativi erano effettivamente i più instabili. L’economista di Harvard ebbe modo così di replicare a coloro che sull’Economist avevano espresso scetticismo sulla possibilità di considerare l’economia una scienza. A suo avviso, infatti, gli esperimenti che aveva elaborato costituivano una prova che l’economia può addirittura costruire una dei “sistemi isolati” per verificare le proprie ipotesi. Si tratta indubbiamente di una tesi epistemologica forte, che suscita qualche perplessità anche tra coloro che condividono l’idea dell’economia come scienza, e che magari guardano senza pregiudizi alle nuove acquisizioni dell’economia sperimentale. Ad ogni modo, non è intorno al metodo che sono emerse le principali obiezioni al filone di ricerca di Shapley e Roth. Le accuse più gravi hanno riguardato le implicazioni politiche delle loro analisi. Alcuni critici hanno obiettato che questi studi nascondono un vizio ideologico: pur non ricorrendo agli scambi monetari e ai prezzi, tali ricerche pretenderebbero di applicare criteri comunque ispirati da una logica di mercato ad ambiti nei quali il mercato non potrà mai funzionare, come la sanità o la scuola. In effetti, alcuni esponenti di tali indirizzi di studio rivelano una certa vocazione per le crociate anti-stataliste. Sarebbe però frettoloso assegnare la vituperata etichetta del liberismo a tutti i contributi di questa linea di ricerca. Alcuni di essi potrebbero persino aiutare ad approfondire visioni opposte, tra cui il tema risorgente della pianificazione pubblica. Il limite principale di queste ricerche pare allora un altro. Esse sembrano partire dal presupposto che se i consueti meccanismi basati sui prezzi possono operare, sia certamente possibile raggiungere l’equilibrio tra domanda e offerta. La stessa Accademia delle Scienze sembra tradire questo convincimento quando, nel presentare i lavori dei due premiati, dichiara che i tradizionali meccanismi che si affidano ai movimenti dei prezzi per equilibrare i mercati «funzionano bene in molti casi». In realtà le evidenze disponibili mostrano che tali meccanismi entrano in crisi proprio nei casi decisivi, come ad esempio quello dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Basti notare questo: la caduta dei salari reali che da tempo si registra in molti paesi rappresenta proprio quel tipico movimento di prezzo che dovrebbe stimolare le imprese ad assumere lavoratori e ad assorbire la disoccupazione. Invece succede l’esatto opposto: le retribuzioni cadono e i licenziamenti aumentano. A quanto pare, dunque, se viene lasciato a sé stesso il mercato del lavoro fallisce. Anche più spesso dei matrimoni.

N.B. Una versione ridotta del presente articolo è apparsa sul quotidiano Pubblico del 17 ottobre 2012.

  1. Pingback: Lucarelli e Brancaccio sul Nobel per l’Economia a Roth e Shapley « Keynes blog

  2. Angelo

    Sugli studi e l’elaborazione di teorie che tentano di spiegare cosa succede quando i meccanismi di mercato falliscono si sono costruite reputazioni accademiche a volte inossidabili – uno su tutti, Coase.

    Purtroppo molto spesso queste teorie finiscono per restare fini a sè stesse, ovvero prive di “actionability”, anche laddove riescono a spiegare brillantemente o a prevedere la direzione qualitativa dei fenomeni indagati – si pensi qui a Jensen e Mechlng.

    Chapeau quindi a quegli economisti, sempre più rari, le cui costruzioni teoriche si prestano ad essere efficacemente utilizzate per risolvere problemi concreti.

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