La saraca e il gatto, una storia di fame

campo

Il nonno di mio padre si chiamava Giuseppe detto Peppuccio. Per noi bambini era, nei racconti, “nonne cappuccio”. Questa è una storia che lo riguarda, ma che allo stesso tempo riguarda tutti quelli che hanno vissuto l’epoca in cui la crisi non c’era. Al suo posto c’era la fame, quella nera. Quella fame endemica e generalizzata che aguzzava l’ingegno e per la quale si era disposti a fare qualsiasi cosa senza essere troppo “choosy”.
Era la fame che rendeva tutti snelli e per calmare la quale, si aspettavano le feste comandate.
Si potrebbe dire c’era una volta tanto tempo fa, nella notte dei tempi…ebbene non è così! Tutto questo accadeva meno di 60 anni fa in un qualsiasi paese della campagna italiana. Da nord a sud la fame nelle campagne era la stessa, stessi erano i rituali per esorcizzarla, stessi erano gli espedienti per calmarla. Magari non erano tutti nella medesima condizione, ma so per certo che niente veniva sprecato. Io, ancora adesso, prima di buttare un pezzetto di pane, lo bacio e lo benedico perché, so per certo,che dopo la mia morte, Gesù, prima di accogliermi in Paradiso, mi manderà a raccoglierlo pezzetto per pezzetto ovunque esso si trovi!

LA SARACA E IL GATTO, UNA STORIA DI FAME

Cos’era stato a svegliare Peppuccio non aveva importanza, poteva essere stato un cane che abbaiava, il gallo che cantava o il fumo che saliva dal piano di sotto dove Gnesa cercava di accendere il camino, oppure, l’abitudine.
Si rannicchiò ancora un poco nel calore delle coperte, le foglie di granturco nel pagliericcio scricchiolarono di secchezza nel movimento, sbadigliò sonoramente e si fece il segno della Croce con devozione, rabbrividendo nell’aria fredda del primo mattino. Poi, finalmente, si alzò. L’impiantito era gelido sotto i suoi piedi nudi, cercò l’orinale bianco smaltato sotto il letto piegandosi sulle ginocchia e, rialzatosi, orinò con un rumore di cascata cristallina.
La stanza si riempì dell’odore di ammoniaca della sua urina, il figlio più piccolo arricciò il naso nel sonno continuando a dormire. Peppuccio lo guardò con tenerezza e preoccupazione: “dormi, dormi tu che puoi!” disse tra sé.
Poi si infilò i suoi poveri pantaloni di fustagno rattoppato, legandoli alla vita con un grosso spago, infilò la frusta giacchetta e scese di sotto.
Sua moglie era piegata sul focolare cercando di far ardere due pezzi di legno ancora verdi. Un fumo acre riempiva la stanza e gli occhi presero a lacrimargli.
“Bongiorno Peppù!” disse senza voltarsi, “mantimà stu foche non vole arde!”
Peppuccio tolse il chiavistello dalla porta e si affacciò nell’alba livida. Il cielo plumbeo non prometteva niente di buono. “ Mi sa che fiocca oggi” disse a sua moglie e richiuse la porta.
Gnesa gli diede da bere il caffè di cicoria che era riuscita a scaldare, che il caffè vero non se lo potevano permettere, non erano mica i Torlonia loro! Peppuccio lo bevve senza protestare, era scuro e amaro, ma era caldo e questo bastava. Poi mangiò la polenta riscaldata della sera prima e la annaffiò con un vinello leggero ed aspro che sembrava, più che vino, ciripicchia.
Gnesa tagliò due belle fette di pane di granturco “u parrozze” come lo chiamavano in quella latitudine.
In un angolo della stanza, pendeva da un lungo spago legato al soffitto, un’aringa affumicata, la saraca.
Gnesa, si avvicinò alla saraca con le due fette di pane giallo e le strofinò con forza ai lati di essa perché ne assorbissero il sapore per bene. Era quello il companatico che avrebbe accompagnato le due fette di pane che costituivano il pranzo di Peppuccio e che lo avrebbero sostentato fino a sera. Quell’aringa doveva durare più tempo possibile e la tenevano da conto come una reliquia.
Poi, Gnesa, avvolse le due fette di parrozzo in una salvietta e le mise nella bisaccia del marito, insieme ad una borraccia di acqua, che prese dalla conca di rame ed una mela avvizzita.
Peppuccio con un cenno del capo salutò Gnesa e uscì per la sua giornata di duro lavoro.
Gnesa svegliò i figli, tre ragazzi in età scolare, li fece mangiare, ancora polenta innaffiata di latte e li mandò a scuola.
La mattina passò come di consueto tra le faccende di casa e la cura delle poche galline.
“Miaoooooooooooo!” dalla porta aperta il grosso gatto grigio della vicina era entrato con passo felpato e la guardava in attesa: “Miaoooooooooo”. Gnesa lo guardò con aria perplessa e disse : “Povero te e povera me! Frusta via, va!” ma il gatto non si mosse, così lei lo ignorò e continuò a fare ciò che stava facendo.
Il gatto si guardò intorno, poi con un agile salto fu su una sedia che si trovava nei pressi dell’aringa e con un altro salto, ancora più agile, agguantò la saraca penzoloni.
Gnesa fece solo in tempo a vederlo fuggire via con la saraca in bocca attraverso la porta aperta.
Esterrefatta non ebbe neanche la forza di gridare. Immobile si rese conto della tragedia:
“il gatto s’è mangiata la saraca!” Era stato tutto così fulmineo che non ebbe modo di fare nulla!
“ Porella mi, porella mi, e mo che ci dice a maritemu?” Era così sconvolta che neanche le lacrime per piangere riuscì a trovare e poi a cosa sarebbero servite?
Doveva trovare una soluzione prima che Peppuccio tornasse dal lavoro. Così pensa che ti ripensa non le restò altro che andare da Domenica, la bottegaia e pregarla di venderle un’altra saraca a debito. Per fortuna Domenica capì la situazione e Gnesa tornò a casa con una saraca nuova che appese al posto di quella ormai perduta.
Tranquillizzata ma con l’animo in sobbuglio per il debito contratto e per la fregatura da parte del gatto, dopo qualche ora Gnesa ebbe una nuova visita.
“Miaoooooooooooo!” il gatto non contento del bottino sperava in un altro colpo di fortuna.
Gnesa lo guardò dapprima con rabbia e stava per scacciarlo via quando un’idea prese forma nella sua mente. Sorridendo lo chiamò con dolcezza :“Misc… misc… miscittu me, vieni vieni….” Lo allettò con fare dolce e suadente mentre dietro la schiena nascondeva un grosso pezzo di legna.
La sera, dopo che il vespro era suonato da un pezzo, la vicina si stupì moltissimo della gazzarra e delle risate che risuonavano nella casa di Peppuccio.
“ Che avranno da ridere?” diceva tra sé e sé mentre angosciata e infreddolita girava tutto il circondario alla ricerca del suo gatto. “dove si sarà ficcato quel mascalzone?” si chiedeva perplessa, mentre dalla casa della vicina arrivavano degli odorini appetitosi che neanche a Natale!
Tra le risate e gli schiamazzi ad un certo punto udì la voce del figlio più piccolo di Peppuccio e Gnesa che diceva: “Quant’è bone stu cunigliu mà, do u si pigliatu?” E Gnesa che rispose:
“ Zitto e magna a mamma”

Maria Felicita Luce
http://ricettesulfilodilana.wordpress.com/

  1. antonio panei

    Un capolavoro di letteratura. (Antonio 27)

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  2. maria vittoris

    Carissima Felicita,questo che hai raccontato è successo anche a casa nostra quando abitavamo aglu rapale alla casa de Giggo Belli.Mio padre ammazzo il gatto di zia Maria e se lo mangio con zio Alfredo e con altri suoi amici lo avevano cucinato sotte agliu coppe e tutti stretti intorno al fuoco lo divoravano prima che zia Maria se ne accorgrsse, lo fecero assaggiare anche a me dicendomi che era un coniglio di zia Clementina e ti dirò non era disgustoso anzi era proprio come la carne del coniglio che se solo ci ripenso mi viene il vomito

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