Si sta come d’autunno in Italia i precari

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di Luca Riccetti
La Sapienza Università di Roma

Negli ultimi anni, dopo le riforme mirate a “flessibilizzare” il mercato del lavoro, la tendenza alla precarizzazione si è fortemente accentuata. La teoria sottostante questa scelta dei governi si basa sull’assunzione che gli imprenditori siano incentivati ad investire di più, e quindi a creare un maggior numero di posti di lavoro, nel caso in cui sia facile licenziare. Ovviamente c’è una parte di verità: dato che precarizzare significa spostare il rischio d’impresa dall’imprenditore ai lavoratori, l’imprenditore sarà incentivato ad investire dove ha questo vantaggio. In altre parole, in linea di principio, l’impresa dovrebbe avere dei costi, tra cui il salario dei lavoratori, da coprire: se non ci riesce è l’imprenditore che deve ripianare le perdite (o l’impresa fallisce e chiude); viceversa più si guadagna, più l’imprenditore guadagna, mentre i salari dei lavoratori dipendenti rimangono inalterati. Questo è il principio di corrispondenza tra il rischio e il rendimento: l’imprenditore rischia di più, ma se gli va bene ottiene di più. Con la “flessibilità”, in caso di perdite, il primo a rimetterci è il lavoratore precario, in modo da cercare di stabilizzare i profitti dell’impresa. Il rischio passa in parte sui lavoratori, mentre i guadagni, se tutto va bene, rimangono in capo all’imprenditore[1] .

A parte l’opinabilità della suddetta asimmetria che si crea tra rischio e rendimento, questa è solo una piccola parte della storia. Infatti, su quali basi il fatidico imprenditore estero decide di investire in Italia e in Europa? L’ “European attractiveness survey 2014”[2] è un sondaggio fatto tra coloro che hanno deciso di investire in Europa. Viene chiesto agli imprenditori di classificare 10 fattori che incidono su questa scelta dal più importante al meno importante e, stupore, al primo posto c’è la stabilità e la trasparenza politica e legale, al secondo posto c’è la grandezza del mercato della nazione dove si vuole investire e solo all’ultimo posto c’è la flessibilità del mercato del lavoro! Quindi sono ben altri i fattori che interessano ad un imprenditore.

Smontata questa balla, occorre smontarne un’altra. Infatti per giustificare la scelta della precarizzazione del lavoro, altri politici – col supporto di altri economisti – più onestamente ci raccontano che l’obiettivo è abbassare i salari. La precarietà rende il lavoratore facilmente ricattabile e quindi costretto ad accontentarsi di una remunerazione più bassa[3].
Ovviamente il politico e l’economista che puntano a rendere il lavoratore ricattabile per abbassare i salari non possono giustificare questa scelta come una “bella cosa” (infatti si impoverisce il lavoratore italiano a favore di quello estero, come quando si svaluta la moneta); pertanto ammantano il tutto di utilità sociale sempre con la motivazione dei posti di lavoro: salari più bassi rendono più bassi i prezzi dei prodotti[4] e quindi ci portano ad essere più competitivi a livello internazionale aumentando le esportazioni, e dunque creano posti di lavoro. Ovviamente anche questo ragionamento non è falso. Peccato che, nuovamente, sia solo una piccola parte della storia. Infatti, a meno di nazioni piccolissime, anche in nazioni molto vocate per l’export come l’Italia, il mercato principale è il mercato interno (l’export non è mai arrivato a superare 1/3 del totale del PIL). Se si riducono i salari si riduce il mercato interno e quindi si blocca l’economia. Per questo l’ipotesi che la precarietà crei posti di lavoro è infondata: il precario consuma meno e la riduzione della domanda riduce i profitti delle imprese stesse, le quali a loro volta riducono gli investimenti (come già detto gli imprenditori guardano molto al mercato del paese per decidere se investire o meno), il che riduce ancor di più i posti di lavoro, e questo porta ad un’ulteriore calo dei consumi e così via in un circolo vizioso. Senza scomodare la teoria del reddito permanente, è evidente a tutti che dare 80€ al mese in più a una persona che guadagna 1300€ e ha un contratto che scade fra 1 anno, non significa aumentare i consumi di 80€, ma permettergli di risparmiare quegli 80€ in previsione di una possibile fase di disoccupazione. Invece, se quel lavoratore non fosse precario, allora l’incremento di reddito influirebbe in modo più incisivo sull’aumento del suo tenore di vita.

Il futuro dell’Italia non passa per il precariato e la flessibilità. Capisco che il governo voglia cambiare verso, ma non credo che il senso sia quello di cambiare in peggio. Il credo dei nostri politici, supportati dalla teoria neoliberista, è che dobbiamo aumentare la flessibilità perché la rigidità ci ha portato alla crisi. Nessuno si è fermato a considerare che in questi ultimi anni la flessibilità è molto aumentata e la situazione non è per niente migliorata? Un po’ come un medico che di fronte ad un paziente con un piede rotto prescriva l’utilizzo di un anti-influenzale e poi, di fronte all’inefficacia della cura, proponga di aumentare le dosi della medicina senza capire che è la cura che va cambiata! E’ ora di cambiare verso, ma davvero.

Chi vuole può fermarsi qui. Chi invece vuole un piccolo esempio di come vanno le cose in Italia può proseguire. Infatti, ora voglio parlare di un precariato che conosco bene: quello dei giovani universitari. Il governo ha, giustamente, annunciato che occorre investire sulla ricerca per rilanciare l’Italia. Questo settore, assieme a quelli della scuola, della sanità, del turismo e delle energie rinnovabili dovrebbero essere alla base del rinascimento italiano. Dopo anni di pensionamenti non rimpiazzati, l’organico dell’università italiana si è notevolmente dimagrito[5] e ora è il momento (quantomeno) di bloccare l’emorragia sostituendo i pensionati con nuovi assunti. In questo contesto, il governo propone invece di precarizzare ancor di più l’Università. Infatti, si cerca di peggiorare la riforma Gelmini che già aveva devastato l’università eliminando la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con due tipologie a tempo determinato: il ricercatore di tipo A, che ha un contratto di 3 anni rinnovabile per altri 2, e il ricercatore di tipo B, che ha un contratto di 3 anni al termine del quale può essere assunto a tempo indeterminato. Come potete capire, fare reclutamento vero vuol dire bandire posizioni di tipo B. Finora, per obbligare le università a creare posti di tipo B, vi era la regola che per ogni nuovo professore ordinario vi fosse l’obbligo di fare anche una posizione di tipo B. Ora, dopo anni di blocco del turnover, queste posizioni iniziano ad essere create, ma il governo si rende conto che vuole ridurre ancor di più i soldi all’università e quindi non ce ne sono per fare reclutamento e contemporaneamente far fare progressioni di carriera all’interno dell’Accademia. Ovviamente prova a tagliare sulla fascia più debole e meno protetta, cioè propone l’eliminazione dell’obbligo di fare un ricercatore di tipo B per ogni nuovo professore ordinario, in modo da poter stroncare il vero reclutamento sostituendo il ricercatore di tipo B con quello di tipo A. Il problema è che il tipo A, senza un successivo contratto di tipo B, è un ricercatore finito. Le competenze da questo acquisite verranno disperse e probabilmente finiranno all’estero ad aumentare la competitività di altre nazioni. D’altra parte un governo che ritiene importante fare annunci trionfali non vuole deludere la promessa di creare posti, quindi crea posti di ricercatore di tipo A che dopo 3/5 anni saranno sostituiti da altri ricercatori di tipo A e così via. Immaginate che l’università sia composta da 100 professori/ricercatori: 10 vanno in pensione e ne entrano 10 a tempo determinato; poi ne vanno in pensione altri 10 e i 10 a tempo determinato finiscono il loro contratto sostituiti da nuovi 10 a tempo determinato; poi di nuovo così e così ancora per un altro paio di volte. Fate due conti: alla fine 50 persone saranno andate in pensione, i lavoratori a tempo indeterminato saranno 50 e a tempo determinato 10, quindi un totale di 60. In questo modo il governo potrà fare due roboanti annunci: 1) sono stati tagliati gli sprechi, 2) sono stati creati 50 nuovi posti di lavoro. Ecco, peccato che i posti fossero a tempo determinato e che i tagli invece che colpire gli sprechi abbiano distrutto il normale funzionamento della struttura che è già ora al collasso, già ora con un numero di docenti su iscritti più basso della media dei paesi europei e già ora con un numero di iscritti sul totale della popolazione più basso della media europea: pochi studenti e ancor meno professori[6]! Il futuro dell’Italia passa per un numero maggiore di laureati, ai quali venga fornita un’università migliore

1. Ricorda un po’ lo sketch di Gigi Proietti che fa l’avvocato.
2. http://www.ey.com/GL/en/Issues/Business-environment/european-attractiveness-survey-2014-europe-in-the-global-fdi-market.
3. Anche questo fatto, facilmente riscontrabile nella realtà che ci circonda, da un punto di vista della teoria economica dovrebbe essere opinabile. Infatti la teoria vorrebbe accostato uno stipendio più alto ad una posizione più rischiosa, come accade per i manager che guadagnano di più, ma (almeno teoricamente) dovrebbero essere più facilmente licenziabili. Diciamo che la suddetta logica di corrispondenza tra rischio e rendimento vale per coloro che valgono, per gli altri ci si accontenti dell’assunzione del rischio!
4. Però attenzione che anche qui la teoria economica vale a targhe alterne. Se siete un lavoratore l’inflazione salariale è male perché potrebbe portare ad alzare i prezzi dei prodotti da vendere, riducendone l’attrattività. Allo stesso tempo la deflazione è male, soprattutto se siete un imprenditore che, di fronte alla crisi di domanda, è costretto ad abbassate i prezzi riducendo i profitti. Quindi non resta che augurarci stipendi più bassi e prezzi dei prodotti più alti: un trionfo!
5. Nel 2008 i docenti erano quasi 63mila. Nel 2013 erano scesi a 53mila (-15%) inclusi circa 2000 ricercatori a tempo determinato (fonte Miur).
6. Giuseppe de Nicolao per Roars: “…dati relativi al 2010 secondo i quali su 25 nazioni siamo 21-esimi come rapporto docenti/studenti, seguiti solo da Belgio, Repubblica Ceca, Slovenia e Indonesia. Se invece ci riferiamo alla percentuale di docenti e ricercatori universitari sul totale degli occupati, è ancora l’OCSE a dirci che nel 2007 eravamo terzultimi su 20 nazioni considerate. (…) Se consideriamo la fascia di età 25-34 anni, che è quella più giovane considerata nelle statistiche OCSE, risulta che l’Italia è ultima in Europa per percentuale di laureati. Nella classifica generale, con una percentuale pari al 21% contro una media OCSE del 38%, siamo 34-esimi su 37 nazioni, seguiti solo da Turchia, Brasile e Cina (fonte: Education at a Glance 2012)”.
Andrea Lenzi presidente CUN: “Secondo i dati OCSE, l’Italia investe solo l’1% del PIL nell’educazione universitaria, collocandosi al 32° posto su 37 paesi analizzati, contro una media UE che si attesta sull’1,5%”.

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