Adesso

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di Luca Riccetti
La Sapienza Università di Roma

Vorrei parlare brevemente del Quantitative Easing (QE) di Draghi e delle prospettive per l’Italia, in modo non tecnico (ma su internet si trovano ottime spiegazioni sul QE quali, ad esempio, l’articolo su http://sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Come-funziona-o-non-funziona-il-QE-28127). Basti dire che il QE è una manovra di espansione monetaria attuata dalle banche centrali, le quali creano moneta per acquistare titoli (ora anche di Stato perfino per la BCE) anche di medio-lunga scadenza. Con l’acquisto di queste attività la banca centrale ottiene una serie di benefici:
1. alza il prezzo delle attività acquistate, quindi crea un effetto ricchezza sulle borse che vedono arrivare parte della grande liquidità creata (crescita borse);
2. alzando il prezzo, riduce il rendimento delle attività, quindi si abbassano i tassi di interesse anche su scadenze più lunghe. Per gli Stati diviene meno oneroso il pagamento degli interessi sul debito pubblico;
3. la riduzione dei rendimenti rende più conveniente indebitarsi per un imprenditore che vuole sviluppare il proprio business, o per una famiglia che vuole comprarsi casa (crescita della domanda di credito); in altre parole si agevolano gli investimenti e quindi la domanda e quindi la crescita economica;
4. acquistando attività dalle banche, si eliminano eventuali problemi di liquidità delle banche stesse, che ricevono la moneta in cambio dell’attività venduta. Inoltre, le banche si trovano ad avere molta liquidità da investire e non trovano conveniente investirla su titoli obbligazionari o di stato che ora costano molto (il prezzo è salito) e quindi rendono poco, perciò cresce l’offerta di credito;
5. creando molta moneta, il valore della moneta si riduce, quindi la svalutazione del cambio agevola la produzione delle aziende che esportano beni all’estero, dato che questi beni costeranno meno sui mercati esteri che hanno una valuta che sta diventando più forte e quindi si venderanno più facilmente (crescita esportazioni);
Inoltre, la creazione di moneta dovrebbe portare ad un aumento dei prezzi, cioè all’inflazione, che solitamente non è annoverata come un beneficio, ma che, in un momento di deflazione come questo, non è neanche un problema.

Ai benefici del QE, si aggiunga il crollo dei prezzi delle materie prime, tra cui il petrolio di cui l’Italia è un forte importatore, con evidenti benefici per la bilancia commerciale, che in pratica si traduce in riduzioni per il costo delle nostre produzioni e in riduzioni delle bollette per le famiglie.
Fatta questa panoramica la domanda è: quali sono le prospettive per l’Italia nell’immediato futuro?
Alla luce di quanto detto, questo è il momento di ripartire. Ma basteranno questi fattori per imprimere una forte ripresa? Non credo. Ci sono le basi, ma occorre non lasciarsi sfuggire questa occasione. Dei punti elencati, eccetto la riduzione degli interessi pagati sul debito pubblico, nessuno è scontato. Per quanto riguarda l’export, ovviamente dipenderà dalla bravura dei nostri imprenditori e comunque la maggior parte della produzione rimane venduta sul mercato interno all’area Euro, nel cui ambito il cambio è fisso. Sulle borse valori, si è visto come negli ultimi anni queste siano state del tutto scollegate dall’economia reale: le prime sono cresciute, mentre la produzione è stagnata e la disoccupazione è divenuta allarmante, quindi la crescita delle borse può non portare benefici per l’economia reale, non creando ricchezza per le classi meno abbienti che non hanno risparmi da investirvi. Inoltre le borse, ma soprattutto la domanda e l’offerta di credito saliranno solo se ci saranno reali prospettive di crescita.
Per quanto riguarda la domanda e l’offerta di credito, un imprenditore sceglie se investire in un nuovo macchinario o in una nuova produzione confrontando il ricavato dall’operazione con il costo del credito ricevuto. Se il costo del credito si abbassa è più facile che il ricavato sia sufficiente a coprire i costi e a lasciare un congruo margine di profitto. Ma quindi basta abbassare gli interessi sul debito per rilanciare gli investimenti? Evidentemente no: se i ricavi sono molto bassi o addirittura negativi perché i prodotti non hanno mercato, il costo del credito può ridursi quanto si vuole, ma all’imprenditore non converrà investire per produrre. Lo stesso vale per l’offerta di credito da parte delle banche: perché una banca dovrebbe prestare ad un imprenditore che sta fallendo e che quindi non pagherà? Meglio investire la liquidità in borsa o in qualsiasi altro genere di attività. Le banche italiane hanno già i bilanci pieni di crediti deteriorati, cioè di debitori che sono o rischiano di diventare insolventi.
Allora, per far sì che gli effetti benefici del QE si esplichino, serve che i governi si agevolino della riduzione degli interessi sul debito pubblico per rilanciare l’economia. E’ il momento anche di aumentare il debito pubblico, sfruttando i bassi tassi anche per le scadenze più lunghe, per ridurre le politiche di austerità. Quando l’economia sarà ripartita, allora si potrà risanare il bilancio dello Stato. Ora il governo Italiano si batte giustamente contro l’austerità e per una politica fiscale espansiva. Ma qual è l’obiettivo dichiarato? L’obiettivo è di tagliare le tasse, anche riducendo la spesa pubblica. Ritengo che non sia questa la strada maestra: le tasse non vanno ridotte (tutt’al più vanno aumentate sui redditi più elevati e sui beni patrimoniale di lusso quali le seconde case…). Per rilanciare l’economia serve una spesa pubblica che crei occupazione. La riduzione della disoccupazione porterebbe ad un aumento dei consumi e questo renderebbe profittevole investire per gli imprenditori. Quindi si potrebbero ottenere gli altri benefici del QE, come quelli legati all’aumento del credito.
Perché occorre scegliere l’aumento della spesa pubblica e non il taglio delle tasse? Dal punto di vista economico si potrebbe parlare del moltiplicatore della politica fiscale, ma per farla semplice farò un esempio banale. Volete che la spesa aumenti di 100€ e avete due alternative: potete spendere i 100€ o regalare i 100€ ad un vostro conoscente; cosa scegliereste? Nel primo caso i 100€ vengono sicuramente spesi: è il vostro obiettivo e lo perseguite. Nel secondo caso può darsi che vengano spesi, ma può darsi anche che il vostro conoscente decida di risparmiarne una parte. Lo stesso vale con lo Stato: se si vuole che il reddito si espanda di un tot, perché non spendere questo tot con la certezza di creare posti di lavoro (più spesa pubblica), e decidere invece di dare questo tot a privati cittadini (meno tasse) con la possibilità che questi decidano di tenerseli invece che consumare/investire impauriti dalla crisi? Inoltre, perché non spendere in modo da creare lavoro e reddito per le fasce più deboli e quindi più propense a consumare, invece che tagliare le tasse che sono soldi che spesso rimangono proporzionalmente di più nelle tasche di chi ha già di più?
E’ un discorso analogo a quello che si potrebbe fare sul perché le politiche monetarie espansive effettuate finora da Draghi sono risultate poco efficaci: i soldi non sono stati dati all’economia reale, ma alle banche sperando che queste prestassero, ma queste si sono tenute la liquidità e al più hanno speculato (e d’altra parte la già citata grande mole di crediti deteriorati ha dato ragione alle banche in questa scelta). Allora occorre che gli interventi di governi e banche centrali siano diretti. Se puoi fare qualcosa fallo, non demandare ai privati e al mercato. Occorre convincersi che per rilanciare l’economia e poter sperare nella mano privata, prima occorre l’intervento pubblico. Ma per ora non passa questo concetto molto keynesiano, mentre di frequente si sente dire di tagli alla spesa pubblica per poter tagliare le tasse. Spesso per giustificare questa scelta si accampa la scusa che la spesa pubblica è improduttiva, è piena di sprechi. Bene: allora si taglino gli sprechi, in modo da spostare la spesa su attività utili che creino ricchezza e reddito per tutti. Ma perché per ridurre gli sprechi occorre aspettare la mannaia dei tagli (che oltretutto, spesso, tagliano sulle spese produttive e non sugli sprechi!)? Perché l’eliminazione degli sprechi dovrebbe essere associata al taglio delle tasse?
E’ ora di cambiare verso.

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