Un mondo di debiti

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di Mauro Gallegati
Università Politecnica delle Marche

L’economia mondiale non è mai stata così indebitata. In queste pagine si fa il punto su Grecia ed Europa, Portorico e America latina, e del (troppo trascurato) debito di banche e imprese. Poi c’è l’Italia: un rapporto debito pubblico/Pil oltre il 132%, interessi passivi più elevati dei partner europei – il 4,7% del Pil nel 2014 – politiche di stretta fiscale che producono da 20 anni un “avanzo primario” della spesa statale, cioè al netto degli interessi. Un avanzo che finisce sempre ai creditori: banche, le famiglie italiane più ricche e (per circa un terzo) gli investitori stranieri.
Una spesa pubblica per interessi così elevata è un segnale di maldistribuzione della spesa e dell’imposizione fiscale: è una redistribuzione dai poveri ai ricchi, e con gli alti tassi di interesse che abbiamo avuto fino a poco fa ci siamo giocati il futuro delle generazioni più giovani.
Le ragioni del debito italiano vengono da lontano, quando nel 1981 si decise il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia: il debito non veniva più coperto da emissione di moneta e lo Stato doveva vendere – a tassi d’interesse alti e crescenti – titoli di debito pubblico a investitori finanziari. Era un problema di lungo periodo dell’economia italiana, un paese a sviluppo recente come altri del sud Europa, segnato da un’alta inflazione e da un eccesso delle importazioni sulle esportazioni, che viene compensato da afflussi di capitali attratti da tassi d’interesse particolarmente invitanti.
Le regole che hanno creato l’Unione monetaria hanno riprodotto il divieto per la Banca Centrale Europea (Bce) di emettere moneta per finanziare deficit e debito degli stati, e la crisi del 2008 ha scatenato gli spread sui tassi d’interesse, rendendo il debito pubblico sempre più insostenibile. Ben diversa la situazione nei paesi dove la Banca centrale finanzia il debito pubblico: è dal 1996 che il Giappone ha un rapporto debito/Pil superiore al 100%, mentre gli Stati Uniti hanno raggiunto quel livello nel 2010. Entrambi hanno stampato moneta, anche per salvare il sistema finanziario, uscendo dalla crisi prima e meglio dell’Europa, senza produrre inflazione. Perché è avvenuto questo? Quando si danno soldi alle famiglie queste domandano beni, facendo crescere i prezzi, mentre se gli stessi soldi li diamo alle banche per salvarle dal fallimento, queste non domandano più merci e i prezzi restano fermi.
In Europa e in Italia occorre cambiare strada. Per la Grecia, ma anche per l’Italia e altri paesi europei si pone il problema di ridurre in misura significativa il peso del debito. Da più parti è giunta la proposta di intervenire sul nostro debito pubblico ristrutturandolo, per pagare meno e più tardi i possessori di titoli di Stato, banche e fondi stranieri soprattutto, se possibile tutelando i piccoli risparmiatori. L’allungamento delle scadenze dei titoli permetterebbe di guadagnare tempo permettendo all’economia di tornare a crescere. Anche perché le nuove emissioni di titoli servono in pratica per la gestione del debito e non, ad esempio, per pagare pensioni o stipendi dei dipendenti pubblici, che sono coperti dalle imposte incassate dallo stato. Ristrutturare il debito e stampare moneta non più per risanare i bilanci delle istituzioni finanziarie, ma per far ripartire l’economia sono le due strade da prendere. Ma per questo occorrerebbe un euro con fondazioni diverse, una nuova Europa politica. E certo una diversa Bce.
“Sdebitarsi” era il nome della campagna contro il debito del terzo mondo lanciata in Italia negli anni novanta, e che portò a una legge che condonava una parte del debito. Dovremmo rifare qualcosa di analogo, ma questa volta i debitori siamo noi.

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