Immigrati, diseguaglianza, istruzione

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di Maurizio Donato
Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo

Come è noto agli economisti e agli statistici, ci sono diversi modi di intendere la diseguaglianza
economica, e di conseguenza differenti indici per misurarla. Se prendiamo in considerazione le due
definizioni più importanti, quella di diseguaglianza interna ai singoli paesi e quella tra i paesi, è la seconda quella che ci mostra gli indicatori più significativi. Nascere e crescere in un paese
piuttosto che in un altro fa la differenza maggiore, più che nascere e crescere relativamente
povero o ricco rispetto agli altri abitanti dello stesso paese. Fondamentalmente è per questa
ragione che molte persone emigrano, a parte le guerre e le dittature che naturalmente contano,
eccome.
Molte è un aggettivo poco qualificativo: diciamo che all’incirca il 97% degli abitanti del pianeta
Terra rimane a vivere nel paese in cui è nato. In un suo recente lavoro di ricerca, Branko Milanovic[1]
propone di ordinare i redditi degli abitanti di un paese confrontandoli con quello degli abitanti del
Congo, il paese statisticamente riconosciuto come il più povero del mondo; nascere, vivere e
restare in Congo costituisce uno “svantaggio economico” rispetto al quale una persona che vive
negli Stati Uniti di America gode di una sorta di “premio di cittadinanza” che vale in media il 355%,
il 329% se vivi in Svezia, la metà – ma è ancora il 164% – se si tratta del Brasile, del 32% se stai nel relativamente povero Yemen.
Concentrarsi su questa misura è dunque molto utile nei confronti internazionali, anche se non
andrebbe dimenticata l’altra dimensione della diseguaglianza economica, quella interna a ogni
singolo paese. Se prendiamo in esame i redditi dell’ultimo decile della popolazione (i più poveri di
ogni singolo paese) vediamo che il “premio” a cui si riferisce Milanovic conta di più in alcuni casi –
come la Svezia in cui sale al 367% – e meno per altri: nei confronti del Brasile il premio si “riduce”
al 133%. I valori si ribaltano se prendiamo in esame il novantesimo decile (i più ricchi): il vantaggio
di essere ricchi in Svezia è “solo” del 286%, mentre essere ricco in Brasile vale il 188%.
Risulta così evidente che chi abita in un paese povero voglia – a parità di altre condizioni –
emigrare verso un paese in cui il reddito medio è il doppio o il triplo di quello in cui vive; meno
evidenti le considerazioni se si ragiona in termini di “salario relativo”. Se un emigrante si aspetta di ricadere nella “coda bassa” della distribuzione, allora starà relativamente meglio in Svezia rispetto agli Usa (ipotizziamo che abbiano lo stesso reddito medio) perché un lavoratore povero in Svezia sta relativamente meglio di un lavoratore povero negli Usa (la diseguaglianza interna è minore in Svezia); se chi emigra si aspetta di ricadere nella “coda alta” della distribuzione, allora gli
converrebbe andare negli Usa i cui ricchi stanno relativamente meglio degli svedesi ricchi.
Quest’ultima osservazione è particolarmente rilevante per paesi come la Germania, ricchi e con
diseguaglianze relativamente basse al suo interno: è in paesi del genere che gli immigrati “se
potessero scegliere” andrebbero più volentieri.
E’ quello che è successo nel recente passato? E’ quello che sta succedendo adesso?

Fig. 1 Flusso di immigrati netti nei principali paesi europei (1990 – 2011)
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La Germania è (stato) l’unico grande paese europeo che, durante gli anni ’90, ha visto diminuire piuttosto che crescere il numero di immigrati. Nello stesso periodo in cui, da Germania occidentale
che era, è (ri)diventata semplicemente Germania.
Di nuovo in controtendenza (forse, anche in questo caso ciò dipende dall’esaurimento del volano dell’Est), da quando scoppia l’ultima fase della crisi e in tutti gli altri grandi paesi europei la quota di immigrazione netta si riduce, in Germania l’immigrazione cresce, anche se la stessa quota, se presa in riferimento a mille residenti del paese ospite, gravita (dati 2011) attorno a 4-5.

Fig. 2 Immigrati netti ogni 1.000 residenti
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Una accelerazione a partire da questa estate c’è stata, ma non si tratta – come abbiamo visto – di una vera e propria inversione di tendenza quanto – appunto – di una sua accelerazione.
Probabilmente, più e a parte le ragioni umanitarie, è possibile che la Germania abbia attribuito molta importanza a quanto successo questa estate alla valuta cinese e ai pericoli che un suo sostanziale deprezzamento possa significare una riduzione altrettanto notevole dei tassi di crescita reale di quell’economia. Se di questo si trattasse, la decisione di importare manodopera qualificata andrebbe nella direzione di sviluppare settori economici ad alta intensità di lavoro, una delle classiche controtendenze alla caduta del tasso di profitto. Alta intensità di lavoro, ma con una netta preferenza per forza-lavoro qualificata e istruita[2]

Tav. 1 – Source: Belot and Hatton (2008)
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La prima colonna della tavola mostra, per alcuni paesi OECD, la percentuale di immigrati che nel 2001 aveva un livello di istruzione da diploma di scuola superiore. Come si può notare, sono i paesi anglo-sassoni ad esibire la quota più alta di immigrati istruiti, quota che diminuisce notevolmente nel caso nei paesi europei, con l’Italia fanalino di coda assieme all’Austria.
Tuttavia, non è possibile da questo semplice dato concludere che si tratta di una scelta politica da parte del paese ospite: potrebbe essere semplicemente un caso. T. Hatton[3] ha calcolato (i risultati appaiono nella seconda colonna) la proporzione di immigrati altamente scolarizzati rapportandola al peso che ciascun paese ha come destinazione finale degli emigrati. Se il numero che appare nella prima colonna è superiore a quello della seconda allora è possibile ipotizzare che ci sia una qualche politica selettiva alla base del risultato. Tranne che per la Gran Bretagna, l’esercizio ci dice che paesi come Australia, Canada e Stati Uniti selezionano in qualche modo la forza-lavoro immigrata, mentre per i paesi europei questa evidenza non appare, o meglio non appariva quindici anni fa.

Fig. 3 ‘Raise High-Skilled Immigration’
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Come sottolineano Arslan et al.[4] nel 2013, il 40% dei 172 stati membri dell’ONU ha dichiarato un
esplicito interesse nell’aumentare il livello di istruzione degli immigrati attraverso politiche in
grado di attrarre talenti dall’estero o trattenendo i propri. Si tratta di una quota doppia rispetto al
2005 (cioè a prima dello scoppio dell’ultimo episodio della crisi), quando solo il 22% esprimeva una
simile preferenza. In questo modo, nel giro di dieci anni, i paesi OECD sono stati testimoni di un
aumento senza precedenti nel numero di immigranti istruiti che assomma a circa 35 milioni di persone.


[1] Milanovic, B (2015), “Global Inequality of Opportunity: How Much of Our Income Is Determined By Where We Live?”, The Review of Economics and Statistics 97(2): 452-460.
[2] Czaika, M and C Parsons, (2015), “The Gravity of High Skilled Migration Policies”, IMI Working Paper No. 110.
[3] Timothy J Hatton (2008), Selective immigration policy: will it work?, VOX, CEPR
[4] Arslan, C, J-C Dumont, Z Kone, Y Moullan, C Parsons, Ç Özden and T Xenogiani (2014), “A New Profile of Migrants in the Aftermath of the Recent Economic Crisis”, OECD Social, Employment and Migration Working Papers, No. 160, OECD.

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